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Vincenzo Piga Presenza e memoria

Dalla rivista “Dharma” no.1, pg.81-87, Ottobre 1999

Le voci di coloro che hanno conosciuto direttamente Vincenzo in questi ultimi anni ci offrono un ritratto che delinea da più prospettive la sua figura di uomo, di praticante e il suo ruolo nel buddhismo italiano.

Elsa Bianco Presidente dell’Unione Buddhista Italiana (da La via dello zen, 1998).
Il 14 Novembre 1998 è morto a Lonigo (Vicenza) Vincenzo Piga, presidente onorario dell’Unione Buddhista Italiana (U.B.I.) e uno dei principali esponenti del buddhismo italiano. Dopo alcuni mesi di malattia Vincenzo ci ha lasciati e non è retorico affermare che lascia un grandissimo vuoto dietro di sé. La sua vita è · stata espressione di un’intensa attività sindacale, sociale e giornalistica, con gli ultimi suoi venticinque anni dedicati completamente alla diffusione del Dharma e alla crescita del movimento buddhista italiano. Vincenzo era una persona dalle visioni ampie e complessive, in lui una grande tensione progettuale era unita alla capacità di creare strumenti organizzativi che hanno funzionato da collegamento per tutti coloro interessati al buddhismo e al dialogo. Osservando la sua opera portata avanti in modo infaticabile e con profonda generosità emergono con evidenza i suoi due ambiti di intervento: quello spirituale e quello culturale.
È stato il principale promotore dell’U.B.I., fondata a Milano nel 1985 e di cui ha ricoperto all’inizio la carica di vicepresidente e, dal 1992, quella di presidente onorario. Si è molto impegnato per il riconoscimento dell’U.B.I. come Ente religioso – avvenuto nel 1993 – e per l’avvio delle trattative per la stipula del Patto d’Intesa con il Governo, come previsto dall’art.6 della Costituzione. La sua determinazione e caparbietà nel proseguire per anni, nonostante il disinteresse talvolta dimostrato dalle istituzioni, è stata proverbiale e gli ha permesso di avere sempre la forza di continuare il lavoro e alla fine di vedere realizzato almeno l’inizio delle trattative di cui, purtroppo, non potrà vedere il termine. Vincenzo è stato sempre attento anche a creare e sostenere le realtà locali, i centri di Dharma, per favorire il radicamento dell’insegnamento e della presenza continuativa dei Maestri. Ha aiutato con equanimità i centri di qualsiasi tradizione senza preferenze per nessuna. La sua grande passione e preoccupazione per tutto il Sangha è stata quella di costruire segni concreti perché fossero punti di riferimento per tutte le persone in ricerca della tradizione vivente. Ad esempio, negli anni settanta, fu uno dei fondatori dell’Istituto Lama Tzong Khapa di Pomaia (Pisa) legato alla tradizione del Dalai Lama e dell’Istituto Samantabhadra di Roma, che aiutò sin dagli inizi quando venne in Italia, su invito del prof. Tucci, Ghesce Jampel Senghe, lama tibetano. Nel 1990 contribuì alla fondazione del Santacittarama, il primo monastero italiano ispirato alla tradizione buddhista del sud-est asiatico, a Sezze, vicino Roma.
La sua attività e il modo in cui la svolgeva altro non erano che la manifestazione diretta dell'approccio interiore che egli aveva avuto con gli insegnamenti del Buddha. Approccio globale che egli definiva Buddhayana, un solo buddhismo, in cui le diverse tradizioni provenienti da Paesi e contesti culturali differehti dialogavano tra loro e ritrovavano quella unità di base nella diversità delle manifestazioni. Anche in ambito culturale, Vincenzo si preoccupò di creare strumenti di diffusione del buddhismo in modo ampio e capillare.
Nel 1982 fondò e fu direttore per molti anni della rivista Paramita, avente il sottotitolo ‘per la pratica e per il dialogo’; è la più vecchia e importante rivista di buddhismo italiana. Para-mita, dunque, co-me supporto alla pratica del Dharma e come strumento di dialogo con questa nostra cultura occidentale. Ma il contenitore-stru-mento più ampio che Vincenzo ha creato per promuovere la cultura buddhista nel suo complesso, offrendo generosamente parte dei suoi beni, è stata la Fondazione Maitreya, Istituto di cultura buddhista, riconosciuto nel 1991 dal Ministero dei Beni Culturali.
Santacittarama
La Fondazione attua interventi in campo culturale e religioso, poiché questi due aspetti nel buddhismo sono indivisibili, sostiene un premio di laurea giunto alla sua XIII edizione per tesi inerenti il buddhismo, organizza conferenze, seminari e attività nelle scuole anche in collaborazione con altre istituzioni. Dette tutte queste cose, amo ricordare Vincenzo anche nei suoi aspetti più difficili, perché credo che così debbano essere ricordati gli amici, i fratelli di Dharma, senza idealizzarli.
Vincenzo, con il suo carattere spigoloso, con i suoi scatti di impazienza e le sue impennate, ma nello stesso tempo sempre diretto, attento al bene comune, appassionato nel suo impegno. Un sentimento di profonda gratitudine abita nel nostro cuore, occorre fare memoria della sua figura e della sua opera. Occorre raccogliere la sua eredità e con maggiore energia, coraggio e passione, continuare il cammino e la ricerca. A nome di tutto il Sangha italiano, GRAZIE Vincenzo per tutto ciò che hai fatto e per tutto quello che ci hai insegnato.
A cura della redazione di ‘La via dello Zen’, 1998
Se tutto è illusione, maestro, chiese il discepolo a Marpa che piangeva la morte improvvisa del figlioletto, anche questa è illusione. Si, rispose Marpa, però questa è una grande illusione.
Poco prima di licenziare questo numero del giornale apprendiamo della morte di Vincenzo Piga. Altro modo, questo suo, radicale, di sondare l’ignoto dopo una esistenza spesa nell’attento impegno teso a far sì che il Dharma buddhista, in tutte le sue manifestazioni, fosse conosciuto, apprezzato e praticato anche in Italia. Se ne è andato, in punta di piedi, dopo un incidente automobilistico e ciò che ne è conseguito, e dopo che, l’anno scorso, se ne era andata la sua amatissima Giuseppina.
Quando lo andavamo a trovare, nell’ospedale di Lonigo dove è poi morto, doloroso è stato, negli ultimi giorni, il fatto che non parlasse e forse non riconoscesse più. Lui, proprio lui, sempre curioso e interessato a quel che succedeva riguardo all’U.B.I., all’Intesa, a Paramita e, in generale, a tutto ciò che aveva a che fare con il Dharma. Dopo l’incidente, questa estate, ricordiamo di averlo trovato in ospedale davanti alla TV a seguire la prima partita dell’Italia ai campionati di Francia; così gli chiedemmo se fosse sportivo. Lui ci guardò, serio, e ci disse: “No! Ma i miei compagni di stanza sì!” E questo bastava! Uomo di poche parole, Vincenzo Piga, e di grande compassione.
Alle esequie, celebrate a Lonigo, nel vicentino, mercoledì 18 novembre scorso, da Padre Luciano Mazzocchi, abbiamo ritrovato Maria Angela Falà, della Fondazione Maitreya, Jiso Forzani, pure lui, come Mazzocchi, della Comunità Vangelo e Zen di Galgagnano, Federico Allegri del Centro Studi Maitreya di Venezia, e Haku Sottile del Centro Studi Zen Kòmyòji.
Ci fa piacere chiudere questo breve in memoria con la poesia che Maria Angela Falà ha letto a Vincenzo prima che il verricello lo calasse giù, alla radice.

Prendimi per mano.
Cammineremo.

Cammineremo soltanto.

Sarà piacevole camminare insieme.

Senza pensare di arrivare da qualche parte.
Cammina in pace. Cammina nella gioia.

Il nostro è un cammino di pace.

Il nostro è un cammino di gioìa.

Poi impariamo
Che non c'è un cammino di pace;
Camminare è la pace;
non c'è un cammino di gioia;
camminare è la gioia.
Noi camminiamo per noi stessi.
Noi camminiamo per ognuno
Sempre mano nella mano.

Cammìna e tocca la pace di ogni ìstante.

Cammina e tocca la gioia di ogni istante.

Ogni passo è una fresca brezza.

Ogni passo fa sbocciare un fiore sotto i nostri piedi.

Bacia la terra con i tuoi piedi.
Imprimi sulla terra il tuo amore e
la tua gioia.

La terra sarà al sicuro
Se c'è sicurezza in noi.

di Thich Nhat Hanh

(La poesia, scelta personalmente da Vìncenzo, si legge sul numero 68 di Paramita)

Dall’Annuario· dell’Istituto Italiano Zen Soto Shobozan Fudenji 1998
Alle Assemblee annuali dell’UBI aveva sempre partecipato con grande passione politica e spirituale – era l’occasione di incontrarsi con il gusto di un confronto aperto – e a quest’ultima (a dicembre scorso a Milano ndr), ora che sta per chiudersi un’Intesa con lo Stato a cui aveva puntigliosamente lavorato, la mancanza di Vincenzo non pareva un’assenza ma un breve allontanarsi, quasi fosse nella stanza accanto. Ci ha lasciato il 14 novembre scorso, ma è solo “temporaneamente assente” in una vicenda storica, culturale e oltre che lo ha visto e lo vede pioniere e protagonista. Presidente Onorario dell’Unione Buddhista Italiana, da venticinque anni si è dedicato tutto alla diffusione e al riconoscimento del buddhismo nel nostro paese adoperando le sue abilità e competenze, i suoi soldi, i suoi beni, la sua viva sensibilità personale. A seguito di un’intensa attività sindacale, sociale e giornalistica, con caparbietà e ostinazione si è speso in questa causa, pronto anche al conflitto aperto con gli amici e i compagni di strada nella definizione dei diversi aspetti della piattaforma per l’Intesa e nelle lunghe fasi accidentate delle trattative con diversi Governi dall’instabile umore politico. Gli avevano chiesto, qualche hanno fa: “Come è nato questo tuo impegno?” “Da quando ho iniziato il mio cammino spirituale. Non ho figli e la mia speranza è che quello che posso dare nutra la crescita del movimento buddhista”[…].
La nostra giovane storia, che egli ha seguito passo passo come un padre nella sua fase pionieristica, nei suoi esiti attuali ci richiede un’assunzione adulta, a nostra volta amorevolmente paterna: non volta a pretendere favori o assistenza, ma a farsi servizio e pubblico \ I bene materiale, culturale, religioso. Nella problematica definizione della nostra identità attuale, questo ci sembra il primo punto, giustamente a rischio, di una grande opera da continuare.
Adalia Samten Telara
(da Siddhi, gennaio 1998)
Vincenzo Piga era uno dei principali sostenitori pubblici del buddhismo italiano, presidente onorario dell’Unione Buddhista Italiana a pieno diritto, l’uomo che più di ogni altro ha impegnato le sue energie e il suo patrimonio economico per favorire la fondazione del Dharma buddhista in Italia. La sua convinzione verso l’importanza che può avere, per la vita occidentale, attivare nel cuore e nelle azioni individuali la natura illuminata che il Buddha stesso ha risvegliato e insegnato a risvegliare, lo aveva portato a essere tra i primi a favorire l’insegnamento dei principi buddhisti in Italia. Si è dedicato al radicamento del Dharma in Occidente senza discriminazione di scuole e correnti, attento alla qualità e all’ortodossia del messaggio, alla coerenza della vita dell’insegnante buddhista con le parole che insegna, alla sincerità dello slancio degli occidentali nel tentare l’impresa di aprire centri di diffusione e di pratica. Quando l’ho incontrato la prima volta, molti anni fa, quando ‘Unione Buddhista Italiana non era ancora nata, ho avuto l’impressione di trovarmi di fronte al saggio grillo parlante di Pinocchio, un po’ infreddolito dalla giornata invernale e dagli ostacoli burocratici, con in testa un buffo berretto di lana fatto in casa e gli occhi vivaci di chi ha la certezza della giusta strada. Poteva essere anche uno gnomo di altre terre, venuto ad aiutare gli umani a salvarsi dai loro stessi errori. Uno gnomo gentile ma deciso, che sapeva bene il fatto suo, come agire per rendere il Buddhadharma accessibile e praticabile in una società moderna.
Sosteneva con tenacia e determinazione la necessità del dialogo interreligioso e interconfessionale e l’integrazione tra valori sociali e valori religiosi. Vedeva tutto questo come uno strumento lento ma efficace per contribuire a sollevare l’umanità dalle sue miserie. Questa è stata la mia impressione, quando abbiamo parlato un po’ più in profondità. Aveva un’aria dimessa, per niente da ricco benefattore ‘alla moda’ o da intellettuale snob, e pagava il conto per soggiornare nella sua stessa stanza – quella che aveva ricevuto ‘a vita’ in cambio di provvidenziali finanziamenti economici per ristrutturare il nascente Istituto Lama Tzong Khapa. Aiutava anche così, pagando la quota come un socio qualunque o anche regalando piccole somme e facendo prestiti ai ‘pionieri’ in difficoltà. Frequentava ritiri di meditazione di tutte le scuole buddhiste – theravada, zen, tibetane – con la stessa attenzione umile e aperta. Durante un insegnamento sull’impermanenza e la morte – non ricordo quale prestigioso lama tantrico stesse insegnando – aveva chiesto due o tre volte chiarimenti sulle fasi del trapasso da questa vita allo ‘stato intermedio’, quello in cui avremmo dovuto sperimentare i venti karmici che ci avrebbero sballottato verso l’una o l’altra rinascita, in base agli impulsi delle nostre qualità e dei nostri difetti mentali. Aveva imparato prima di me che lasciare il corpo e la vita di questa terra sarebbe stato difficile se avessimo mantenuto attaccamento, bramosia verso le cose e le persone di questo mondo, e sapeva bene non solo questo.
Una volta pronti ad abbandonare questo corpo con cui siamo abitualmente identificati, forse avremmo potuto non perdere consapevolezza, come invece fa la maggior parte di rìoi, e liberarci dalle nostre catene nella chiarezza mentale e affettiva che in quel momento si affaccia in modo potente e che i tibetani chiamano 'la luce chiara', lo stato di saggezza che ci permette di riconoscere e dissolvere le nostre ostruzioni mentali di tipo emotivo ed intellettuale. E di risvegliarci per sempre.
Vincenzo Piga accettava l’idea mahayana, o lo intrigava ipotizzarla, che al momento della morte fosse possibile non tanto ascendere forse un po’ egoisticamente nella beatitudine del Paradiso o del Nirvana, ma pilotare la rinascita di nuovo sulla terra, nel nostro sistema solare, nel nostro universo, per aiutare nel modo migliore tutte le creature viventi a sollevarsi dai loro stati di sofferenza. Sembrava a entrambi incredibile, ma possibile, il messaggio dei maestri orientali buddhisti: ognuno di noi può trovare la pace e la saggezza interiori in un modo tale che niente potrà annullarle né arrestarle, in un modo che le nostre azioni, il nostro stesso respirare, possano seminare una continua onda di pace e di amore intorno a noi, per sempre.
Ai cattoanarco-pacifisti come me, che vedevamo l’imitazione di Cristo come qualcosa di impossibile, le rivoluzioni come un massacro inaccettabile, Gandhi come qualcuno di reale e imitabile, il messaggio e la tecnica trasformativa di Buddha sembrò un altro strumento di lotta, il più perfetto, il più non-violento, per seminare la pace e l’amore nel mondo. Credo che anche Vincenzo Piga la pensasse così. Si vedeva che era una persona pratica, abituata a muoversi nella politica e a interagire con le istituzioni, ma mostrava anche un grande interesse per le speculazioni . teoriche. Parlammo animatamente di questa ipotesi affascinante di poter veramente rinascere con facoltà mentali altruistiche più perfette, più costruttive e incisive, in condizioni ottimali per fare il bene dell’umanità: lo stile di vita dei bodhisattva.
Quel passaggio della morte, così importante per riuscire a restare lucidi nello stato della ‘chiara luce’, Vincenzo Piga mostrava di conoscerlo e contemplarlo da tempo, con saggezza e scientificità. Mi ripeteva con esattezza le visioni prima, durante e dopo il momento in cui il respiro cessa, e sembrava fosse riuscito a cogliere, attraverso le analogie che gli presentavano i lama, quelle diverse luminosità che avrebbe dovuto esercitarsi a visualizzare in meditazione e che poi gli sarebbero apparse al momento di lasciare il corpo.
Quando ho saputo che Vincenzo entrava in agonia, per aiutarlo ho pregato e invitato a pregare come ho imparato dai tibetani: concentrandoci su di lui attraverso il nostro affetto e inviando verso di lui onde di pensieri e parole amorevoli, di auspicio e di saggezza illuminata, come un nettare che aiuta a purificare la struttura cristallina della nostra vera identità. Spero che abbia funzionato. Sono sicura di non essere stata la sola. Vincenzo ha tanti amici, nei centri di buddhismo mahayana-vajrayana, theravada e zen. Anche fra i praticanti cristiani è stimato e amato. Avranno pregato tutti, ciascuno a proprio modo.
Quest’onda lo avrà senz’altro raggiunto e aiutato. Spero che sia servito, che il nostro piccolo infaticabile fratello nel Dharma abbia potuto compiere come voleva i suoi assorbimenti, la sua dipartita dalla materia grossolana, che sia entrato nella luce chiara che apre alla verità universale e sia passato nello stato intermedio completamente illuminato. Mi auguro che torni tra noi, in una vita splendida e fortunata, da dove possa fare ancora per gli esseri umani tutto quel bene che ha sempre fatto e sempre voluto continuare a fare.
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PAROLE DA UN AMICO

Vincenzo non ha rilasciato molte interviste. La più lunga è stata quella raccolta da Roberto Minganti e Fiorella Òldoini per la rivista Duemilaeuno, n. 59, Roma, novembre-dicembre 1996. Ne riportiamo alcune parti che ci tratteggiano alcuni momenti della sua vita, la sua idea sul significato di “sangha” e le sue speranze per il futuro del Buddhadharma in Italia. Ringraziamo la redazione di Duemilauno per avercene permesso la pubblicazione.

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