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LA RELAZIONE CON NOI STESSI

Karaniya Metta Sutta


Di Ayya Khema
Il discorso sulla gentilezza amorevole (Karaniya Metta Sutta ) ci illustra come interagire con gli altri: dobbiamo trattarli come se fossero i nostri figli, ma non dice nulla di specifico su cosa fare rispetto a noi stessi né come comportarci nei nostri confronti. Eppure il modo in cui ci trattiamo è probabilmente lo stesso che usiamo con gli altri. Come ci comportiamo con gli altri è di certo il modo in cui ci comportiamo nei confronti di noi stessi.
Dal momento che ognuno di noi si occupa principalmente di se stesso, è molto importante, quando ci troviamo di fronte a un’altra persona, avere un’idea sulle nostre aspirazioni. Pensare di affrontare il mondo, per mezzo e a causa, delle nostre relazioni con gli altri, resta un’idea, un concetto. In effetti, nelle relazioni ci confrontiamo costantemente con le nostre debolezze e i nostri punti di forza, e rispondiamo di conseguenza. Cosa succede intorno a noi è solo una conseguenza di incastri che mettono in evidenza i nostri stimoli interni.
Il mondo che ci circonda è composto di situazioni, esperienze e persone con cui interagiamo per mezzo dei nostri sensi. Il più forte dei sensi è la mente, il dispositivo del pensiero, che inoltre ha l’antipatica tendenza ad essere fuori dal nostro controllo. Noi non partecipano realmente a ciò che accade per la buona ragione che non sappiamo ciò che è veramente in azione. Siamo interessati a ciò che crediamo stia accadendo. Due modi di pensare sono alla base delle cose che possono accadere: la paura o la speranza. Nessuno dei due è realistico. Le nostre speranze sono desideri infondati e le nostre paure sono preoccupazioni infondate. Entrambe creano confusione: le speranze sono mescolate al timore che non si realizzeranno. Ogni aspirazione vissuta contiene un’ansia non ancora materializzata, che forse non si conoscerà mai! Né si materializzerà. I nostri timori sono legati anche alla speranza. Forse non si verificheranno se negoziamo le cose con abilità e, di nuovo, se non abbiamo paura di non essere abbastanza intelligenti …
Una mente sana è una mente che non prende la tangente. Non è preoccupata, depressa e timorosa, o esuberante sul nulla. Per godere di una mente ben equilibrata non è sufficiente dirci: ``Stai attento``. Se ne fossimo capaci, non avremmo bisogno di nient'altro. Tutto andrebbe liscio.
Ci troviamo così in una situazione di tensione e di disagio, che amiamo alleviare con ogni tipo di distrazioni. Cerchiamo di ridurre le tensioni con il cibo, le bevande, gli svaghi, con la parola o il sonno. Tutto va bene. Per il mondo, abbiamo i giornali, la televisione, il telefono. Se non riusciamo a trovare nulla, ci abbattiamo o ci irritiamo.
In realtà, questa dispersione/proliferazione (papañca) inizia perché la mente si permette la libertà di rimanere fuori controllo. Invece di occuparsi di ciò che accade realmente, viene lasciata andare in tutte le direzioni – pensare al futuro con paura o speranza, pensare al passato con rimpianto o nostalgia. L’obiettivo è quello di stare attenti ad ogni momento, ma l’attenzione perfetta è difficile da raggiungere, in quanto che la mente tende a disperdersi. Dobbiamo fare di più che dirci di stare attenti. Se fossimo attenti, perfettamente ad ogni momento, questa dispersione non si verificherebbe. Non sarebbe possibile. Ma poiché non stiamo attenti, abbiamo bisogno di aiuto per mantenere il nostro equilibrio. Una mente sana è una mente ben equilibrata.
Una mente sana è una mente che non prende la tangente. Non è preoccupata, depressa e timorosa, o esuberante sul nulla. Per godere di una mente ben equilibrata non è sufficiente dirci: “Stai attento”. Se ne fossimo capaci, non avremmo bisogno di nient’altro. Tutto andrebbe liscio.
Una delle migliori cose da fare per aiutarci è quella di non sottovalutarci. Apprezzarsi per il proprio vero valore non comporta alcun senso di superiorità o spirito di competizione “Posso farlo meglio di te” o “Qualsiasi cosa tu faccia, io posso farla meglio”. Nulla di simile! La stima non significa enumerare tutte le cose che conosciamo. Un enorme divario esiste tra le conoscenze personali e quello che facciamo. E ‘inutile pensare alle nostre conoscenze, ma è utile pensare a ciò che abbiamo già realizzato. Niente ha importanza se non quello che facciamo realmente. Quello che non potremo fare un giorno, oggi non ha alcuna conseguenza. Quello che sappiamo è immateriale. Ma quello che facciamo veramente ha delle conseguenze. Se vogliamo stimarci, dobbiamo ricordarci delle nostre azioni, di quelle sane.
Per noi è positivo essere felici con noi stessi. Se non siamo in grado di creare un tale sentimento, non lo saremo mai da nessuna parte o con chiunque. Dobbiamo vivere con quella persona specifica che siamo ancora a lungo. Non va in esilio né è spedita altrove. Se non provo alcuna felicità con “me” come potrò trovarla con qualcun altro, o qualcos’altro? Chi siamo è sempre il vero ostacolo. La prima e principale priorità è quella di trovare piacere a vivere con se stessi.
Il Karaniya Metta Sutta lo esprime molto bene. Questo testo consiglia di essere pienamente felici, e facilmente soddisfatti. Cita quindici condizioni favorevoli alla pace. Senza trovare questi termini in noi stessi, non troveremo la pace da nessuna parte.
Essere abbastanza contenti interiormente significa essere soddisfatti di quello che abbiamo, del nostro aspetto, delle nostre parole, delle nostre vite, delle nostre reazioni. Tutto deve essere tinto di contentezza. Ciò non significa che non possiamo migliorare. Ma se la sensazione di una mancanza grave in sé stessi continua, niente andrà bene. La tensione di desiderare qualcosa di diverso esisterà sempre. Il desiderio è tensione, non essere soddisfatti. La causa di ogni ambizione è sempre l’insoddisfazione personale, dukkha. Più lasciamo andare il desiderio, più lasciamo andare dukkha. Per lasciare andare il desiderio, dobbiamo accontentarci di ciò che c’ è.

Il Karaniya Metta Sutta

Forse ciò che esiste non è esattamente quello che ci aspettiamo. Ognuno ha delle aspettative. Noi tutti speriamo qualcosa per noi e per gli altri. Non avere aspirazioni è irrealistico. Ogni tentativo non tiene conto della mancanza di permanenza (anicca). Tutto è in continua evoluzione. Qualcosa era forse perfettamente buona per un po’, ma ora non lo è più. Come potremo riuscire a sentirci soddisfatti in situazioni ritenute più o meno insoddisfacenti? In primo luogo, osserviamo la situazione un po’più da vicino. «Che cosa ha di insoddisfacente? Perché è insoddisfacente? Cosa c’è di sbagliato? Che cosa non ci offre? In che cosa non sostiene il nostro ego, non si conforma alle nostre aspettative? ” Una volta che avremo visto ciò che la rende spiacevole, ci renderemo conto che è una bagatella di cui non vale nemmeno la pena di parlare. Quando qualcosa resiste interiormente , è sempre dukkha la generatrice di tensione, i desideri insoddisfatti, allora perché non ricordiamo le seguenti cose: “La mia natura è quella di morire. Non posso evitare la morte. ” Nulla mi dice che morirò tra cinquanta anni. Forse, morirò in cinque minuti.” Perché non tenere quest’idea consapevolmente? Tenere a mente la morte non è né morboso, né deprimente.
Questo ci porta un passo più vicino alla realtà, perché è la verità. Avremmo reagito veramente con tale risentimento se avessimo saputo di avere dieci minuti da vivere? Perché non provare questa tecnica? Vi garantisco che se ci ricordiamo che non ci restano che solo dieci minuti da vivere, nessuno delle nostre reazioni andrà per cose futili, verso la scontentezza. Può essere che la morte ci spaventi. La paura viene dall’odio. A cosa serve odiare una scadenza inevitabile? Perché dovremmo odiare ciò che deve comunque accadere? Atteggiamento stupido, ma comune nella maggior parte delle persone. Ecco una delle nostre innumerevoli assurdità! Per essere in relazione con noi stessi, in modo soddisfacente per noi e per gli altri, la felicità è della massima importanza. Quando tutto intorno a noi sembra creare caos e scompiglio, torniamo a noi stessi e alla bontà innata. Ritorniamo a ciò che è puro. Non ci potremmo chiarire se non avessimo un nucleo puro interiore. Se fossimo sporchi, se non ci fosse un piccolo pezzo di purezza, ci sarebbero poche possibilità di purificazione. La nostra purezza deve essere ampliata, coltivata ​​ed utilizzata. Nel caso di inquietudini e paure, di avversione o di sofferenza provocate da un desiderio inappagato, torniamo al nostro centro, dove si trova la felicità. La possiamo trovare dentro di noi.
Difendiamo tutti la falsa idea che la felicità dipenda da determinate condizioni o da determinate persone – un altro dei nostri capricci. Come può dipendere da qualcosa di esterno a noi? Se optiamo per una pace reale, questa può venire solo dal nostro potenziale interiore che è sempre disponibile. Le persone e le situazioni che rendono felici diventano una dipendenza, nel senso che ci rendono schiavi degli altri. Nessuno vuole essere uno schiavo, tutti noi vogliamo diventare totalmente liberi.
Troviamo la felicità vivendo nel nostro stato di purezza, che è indipendente e non è soggetto alla delusione causata dall’impermanenza. L’unica cosa da cui dipende proviene dall’attenzione che gli portiamo. Non conosciamo che le cose che osserviamo consapevolmente. Avete provato a prestare attenzione a ciò che è sano, buono, intelligente e utile? Cercare di prestare attenzione unicamente a questo conduce alla felicità. Non fate attenzione a nessun’altra cosa. Tornate sempre alla purezza nativa
Nella vita, il senso di gratitudine ci è di grande aiuto. Non ha bisogno di rivolgersi verso qualcuno o qualcosa di speciale. Possiamo aver gratitudine per le condizioni karmiche che ci hanno permesso di effettuare uno sforzo reale, sentire gratitudine per la possibilità di avere un corpo in condizioni relativamente buone. Questo non significa dare una cosa positiva per scontata. Più le persone sono ricche e più considerano i loro privilegi come acquisiti. Quanto più godono di buona salute, quanto più hanno maggiori possibilità tanto più considerano questi benefici come qualcosa di acquisito. Questo atteggiamento non provoca felicità. Solo la gratitudine per le condizioni positive genera felicità.
Se non coltiviamo un atteggiamento corretto nei confronti di noi stessi, la sensazione di stare bene nella nostra pelle, la sensazione di poterci riposare e rilassare dentro di noi, non ci sentiremo mai a casa– là dov’è il nostro cuore e non solo là dov’è il nostro corpo. Quando il nostro cuore si apre, nasce un senso di stima, gratitudine e felicità, di benessere con noi stessi, siamo a casa. In questo modo saremo a casa nostra ovunque su questa terra, ovunque in questo universo.
La nostra dimora non dipende da una casa, da quattro mura. Dove è la nostra casa? Cerchiamo di trovarla nel nostro cuore, solo là. Una buona casa deve avere calore, specialmente quando il mondo esterno sembra freddo. Dove può esserci questo calore se non nei nostri cuori? E’ il luogo in cui dobbiamo creare il comfort che cerchiamo, il benessere che tutti noi desideriamo, tutta la felicità che cerchiamo, la pace così fugace. Il nostro cuore è il centro della nostra creazione, il centro dove si deve rimanere soprattutto quando sorgono difficoltà. Quando tutto sta andando molto facilmente, ognuno considera tali condizioni, come dovute. Ma quando sorgono le difficoltà, ci guardiamo intorno e cerchiamo aiuto. Questo supporto è nel nostro cuore, sempre lì, se gli abbiamo creato una base solida con un fondamento sicuro, accogliente e amorevole.
Dipendere dagli altri per la nostra felicità è sciocco, è il minimo che possiamo dire. Dipendere dagli altri per la nostra sicurezza è assurdo. Come possiamo fare affidamento su qualcuno che cerca la propria felicità e anche la propria sicurezza? Solo la persona che le ha trovate, possiede qualcosa di prezioso – una buona casa. Essere centrati sulla propria felicità e sicurezza dà la possibilità e la capacità di resistere a tutti i problemi e difficoltà che possono sorgere all’esterno. Nel mondo, nessuno è senza crisi e/o difficoltà, – dukkha. Solo quando abbiamo trovato il nostro centro, sappiamo dove andare in caso di difficoltà: nel nostro cuore. Le pressioni possono essere minime, ad esempio, troppe persone che chiacchierano tutte insieme, delle domande pressanti, delle speranze non realizzate, qualsiasi tipo di difficoltà. Il cuore è ancora il posto dove andare. Tornare a casa, nel cuore, dove c’è calore, stima, gratitudine e soddisfazione. Questo è ciò che dobbiamo imparare a fare. Non viene da solo. Il modo per imparare è quello abbandonare ogni pensiero malsano e trattenere solo ciò che è sano, abile, benefico e positivo. Più avremo pensieri negativi e più questo essere a casa, supporto della nostra vita, diventerà macchiato, sporco. Dopo aver imparato ad abbandonare un pensiero, troviamo la forza di ripetere questa operazione in ogni occasione. In questo modo ripuliremo il nostro rifugio. Tutti, ogni giorno, spazziamo la nostra stanza. Tutti spazziamo i corridoi. Spazziamo anche il nostro cuore! Possiamo anche fare pulizia nei corridoi e nel nostro cuore contemporaneamente. Non ci vuole più tempo. Dobbiamo schiarirlo per purificarlo dalla paura, dalla resistenza, dalle false speranze. La speranza non è la realtà. Speranza e la paura vanno di pari passo.
Con una sensazione di calore e di sicurezza nel cuore, la meditazione è migliore. Non solo la concentrazione, ma la stessa esistenza prende una consistenza diversa. È come se ci rendessimo conto che abbiamo vissuto in modo frammentario e che, ora, questa vita in pezzi è riunificata. Grazie a una vita unificata nasce un senso di completezza – un modo di entrare nel Nobile Sentiero, e vivere una vita santa. E’ qualcosa da mettere in atto per noi e attraverso di noi. Ogni volta che pulite qualcosa – e ognuno ha la possibilità di farlo (puliamo vialetti, aiuole, alberi troppo frondosi, la cucina, piatti, ogni tipo di di sporco) , ricordate, per favore, di ripulire anche il vostro cuore. Entrambe le azioni devono andare insieme. E ‘così difficile ricordare che quando agiamo fisicamente, possiamo anche purificarci mentalmente.
Grazie a una base centrale pulita e solida, la nostra struttura interiore è permeata di amore. Un certo amore per se stessi, naturalmente, tende a irradiarsi all’esterno. Non c’è bisogno di cercare deliberatamente di amare gli altri, questa modalità è una conseguenza dell’ amare se stessi.
Amare se stessi, in questo contesto non ha nulla a che fare con la compiacenza. Amare se stessi significa coltivare un sentimento positivo verso di noi. Avere amore per gli altri diventa allora facile. Un sentimento di unità pervade tutto il nostro essere, è improbabile disperdersi ancora. Siamo forti, unificati. Non lo sentiamo solo noi, ma anche gli altri lo constatano. Una volta stabili personalmente, diventiamo un punto fermo, una roccia dove gli altri possono mettere il piede. Una roccia solida non si sbriciola quando gli altri vi si appoggiano. Ma se è troppo fragile e porosa, le avversità l’affliggeranno sempre. E ‘questa forza che dobbiamo preparare ne i nostri cuori affinchè nulla di ciò che accade al di fuori di essi lo incida. La vita santa significa diventare interi, unificati.
Ayya ​​Khema, nata a Berlino nel 1923 da genitori ebrei, nel 1938, lasciò la Germania e seguì la famiglia in Cina. Liberata dopo la guerra da un campo di concentramento giapponese emigrò Stati Uniti. Tra il 1960 e il 1964, viaggiò con il marito e il figlio in tutta l’Asia, entrando in contatto con la meditazione che cominciò ad insegnare in Europa, America e Australia. Le sue esperienze la portarono nel 1979 in Sri Lanka dove fu ordinata monaca buddhista sotto il nome di Khema,ovvero Sicurezza (Ayya significa Venerabile).
Nel 1978 si stabilì nel Wat Buddha Dhamma, un monastero della foresta secondo la tradizione Theravada, nei pressi di Sydney. Nel 1987, ha organizzato la prima conferenza internazionale di monache buddhiste, che ha portato alla creazione di Sakyadhita, un’organizzazione internazionale delle donne buddhiste. Nel maggio 1987, come ospite, è stata la prima buddhista ad aver parlato alle Nazioni Unite a New York. E’ scomparsa nel 1997.

di Ayya Khema

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Ayya Khema

Ayya Khema, nata a Berlino nel 1923 da genitori ebrei, nel 1938, lasciò la Germania e seguì la famiglia in Cina. Liberata dopo la guerra da un campo di concentramento giapponese emigrò Stati Uniti. Tra il 1960 e il 1964, viaggiò con il marito e il figlio in tutta l’Asia, entrando in contatto con la meditazione che cominciò ad insegnare in Europa, America e Australia. Le sue esperienze la portarono nel 1979 in Sri Lanka dove fu ordinata monaca buddhista sotto il nome di Khema,ovvero Sicurezza (Ayya significa Venerabile). Nel 1978 si stabilì nel Wat Buddha Dhamma, un monastero della foresta secondo la tradizione Theravada, nei pressi di Sydney. Nel 1987, ha organizzato la prima conferenza internazionale di monache buddhiste, che ha portato alla creazione di Sakyadhita, un’organizzazione internazionale delle donne buddhiste. Nel maggio 1987, come ospite, è stata la prima buddhista ad aver parlato alle Nazioni Unite a New York. E’ scomparsa nel 1997.

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