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È scoccata l’ora della vipassana

di Sayagyi U Ba Khin

Una mera conoscenza libresca e intellettuale del Buddha-Dhamma non è sufficiente se manca l’esperienza della pratica. Solo con l’esperienza e la comprensione della natura della vita come un processo sempre mutevole all’opera dentro di noi potremo afferrare a pieno l’insegnamento del Buddha.

  buddha gandharaAnicca, dukkha e anattā sono i tre elementi essenziali dell’insegnamento del Buddha.

Comprendendo realmente anicca (l’impermanenza), si comprendono di conseguenza come verità ultime anche dukkha (l’insoddisfazione) e anattā (l’impersonalità). Ci vuole tempo per comprendere le tre cose insieme. Anicca è, naturalmente, il fattore essenziale da sperimentare per primo e comprendere in pratica. Una mera lettura di libri sul buddhismo o una conoscenza libresca del Buddha-Dhamma non è sufficiente a comprendere veramente anicca perché viene a mancare l’aspetto esperienziale. Solo con l’esperienza e la comprensione della natura di anicca come un processo sempre mutevole all’opera dentro di voi potrete comprendere anicca nel modo in cui il Buddha avrebbe voluto che la comprendeste. Una tale comprensione di anicca può essere sviluppata oggi come ai tempi del Buddha anche da persone che non hanno alcuna conoscenza libresca del buddhismo.

Per comprendere anicca, bisogna seguire strettamente e diligentemente il Nobile Ottuplice Sentiero, che si suddivide nei tre gradi di sīla, samādhi e paññā.

Sīla, o vita etica, è la base per il samādhi, ovvero il controllo della mente fino alla focalizzazione su un solo punto. Solo se il samādhi è buono si può sviluppare paññā (la saggezza). Perciò sīla e samādhi sono i prerequisiti per paññā. Per paññā si intende la comprensione di anicca, dukkha e anattā tramite la pratica della vipassanā. Che sia nato un Buddha oppure no, le pratiche del sīla e del samādhi sono presenti nelle società umane. Infatti esse sono il denominatore comune di tutte le fedi religiose. Ma non sono, comunque, mezzi atti al conseguimento della meta, che è la fine della sofferenza.

Durante la sua ricerca di una fine del dolore, il principe Siddhattha scoprì questo fatto e, di conseguenza, si diede da fare per trovare una via che effettivamente conducesse alla fine della sofferenza. Dopo un intenso lavoro durato sei anni la trovò. Divenne pienamente risvegliato e poi insegnò agli uomini e agli dèi a seguire il sentiero che li avrebbe condotti al termine della sofferenza.

A questo proposito voglio spiegarvi che ogni singola azione — sia essa un atto, una parola, un pensiero — si lascia dietro una corrispondente forza di reazione, saṇkhāra  (o kamma), che diviene poi la fonte della provvista di energia che alimenta la vita, che a sua volta è inevitabilmente seguita dalla sofferenza e dalla morte. È solo con lo sviluppo del potere inerente nella comprensione di anicca, dukkha e anattā che ci si pone in condizione di liberarsi dei saṇkhāra che si accumulano sul proprio conto personale. Questo processo comincia con la vera comprensione di anicca, mentre la successiva accumulazione di nuove azioni e la riduzione della provvista di energia che alimenta la vita avvengono contemporaneamente, di momento in momento e di giorno in giorno. Ci vuole perciò tutta una vita e anche più per liberarsi di propri saṇkhāra  o kamma. Colui che si è liberato di tutti i saṇkhāra o kamma perviene alla fine della sofferenza perché a quel punto non c’è più alcuna rimanenza di saṇkhāra che possano fornire la necessaria energia vitale necessaria ad alimentarlo in qualsivoglia forma di vita. Questa fine della sofferenza viene raggiunta dal Buddha e dagli arahat al termine delle loro vite, quando trapassano nel Parinibbāna. Per noi, che intraprendiamo oggi la meditazione vipassanā, sarà sufficiente riuscire a comprendere molto bene anicca e raggiungere lo stadio di ariya (nobile) divenendo un sotāpatti-puggala (un risvegliato al primo stadio), ossia uno cui non restano più di sette vite da vivere per arrivare alla fine della sofferenza.

Questo anicca, che apre la porta alla comprensione del dukkha e dell’anattā e, quindi, conduce infine al termine della sofferenza, si può incontrare solo tramite un Buddha o, dopo la sua dipartita, tramite i suoi insegnamenti, finché questi aspetti relativi al nobile ottuplice sentiero e ai trentasette fattori di risveglio (bodhi-pakkhiya) rimangono intatti e disponibili all’aspirante. Per il progresso nella meditazione vipassanā lo studente deve mantenersi nella comprensione di anicca il più continuamente possibile. Il consiglio del Buddha ai monaci è di cercare di mantenere la consapevolezza di anicca o dukkha o anattā in tutte le posizioni, seduti, in piedi, in cammino o sdraiati. La continuità della consapevolezza di anicca e così di dukkha e anattā è il segreto del successo. Le ultime parole del Buddha appena prima di esalare l’ultimo respiro e di trapassare nel Mahaparinibbāna  furono:

 

Vaya-dhamma saṇkhāra;

Appamādena sampādetha.

 

“La decadenza — o anicca — è inerente a tutte le cose composte di elementi. Datevi da fare per la vostra salvezza con diligenza”.[i]

 

Questa è, infatti, l’essenza di tutti gli insegnamenti che espose durante i quarantacinque anni in cui insegnò. Se manterrete la consapevolezza di anicca, che è inerente a tutte le cose composte, potrete star certi di raggiungere la meta a tempo debito.

Nel frattempo, mentre approfondite la comprensione di anicca, la vostra introspezione in «ciò che è vero della natura» diventerà sempre più penetrante, al punto che, infine, non avrete alcun dubbio sulle tre caratteristiche di anicca, dukkha e anattā. Solo allora sarete nella posizione di proseguire per la meta prefissata.

Ora che conoscete anicca come il primo fattore essenziale, dovreste cercare di comprendere ciò che anicca è con chiarezza e il più estesamente possibile, per non  confondervi nel corso della pratica o delle discussioni.

Il reale significato di anicca è impermanenza o decadenza: ossia la natura dell’impermanenza o decadenza inerente a ogni cosa che esista nell’universo, animata o inanimata che sia. Per rendere il mio lavoro di spiegazione facile per la presente generazione potrei richiamare la vostra attenzione sull’incipit del capitolo «Atomic contents» del libro Inside the Atom di Isaac Asimov,[ii] e anche sui contenuti di un passo a pagina 159[iii] dello stesso libro, sulle reazioni chimiche che avvengono simultaneamente in tutte le parti del corpo di una creatura vivente qual è un essere umano.

Ciò dovrebbe bastare a portare a casa il punto di vista che tutti gli esseri, per quanto diversi, sono tutti composti di minuscole particelle chiamate atomi. La scienza ha provato che questi atomi sono in uno stato di origine e caduta o cambiamento. Dovremmo perciò accettare il concetto del Buddha che tutte le cose composte sono soggette al cambiamento, alla decadenza, ovvero anicca.

Ma nell’esposizione della teoria di anicca il Buddha mosse dal comportamento che produce la materia; e la materia fondamentale, così come la conobbe il Buddha, è molto più minuscola dell’atomo scoperto oggi dalla scienza. Il Buddha rese noto ai suoi discepoli che ogni cosa che esiste nell’universo, animata o inanimata che sia, è composta di kalāpa (entità molto più piccole di un atomo), che collassano simultaneamente col loro venire all’essere. Ogni kalāpa  è una massa formata dagli otto elementi naturali, ossia paṭhavi, āpo, tejo, vāyo, vaṇṇa, gandha, rasa, ojā (ovvero solidità, liquidità, calore, moto, colore, odore, gusto e nutrimento). I primi quattro sono qualità materiali predominanti in un kalāpa, gli altri quattro sono meramente sussidiari e dipendono  e sono originati dai primi quattro. Un kalāpa  è la più minuscola particella sul piano fisico, ben oltre la portata della scienza di oggi[iv].

È solo allorché gli otto elementi naturali che hanno solo la caratteristica del comportamento si presentano assieme che si forma l’entità di un kalāpa  (la più minuscola particella sul piano fisico). In altre parole, la coesistenza per un momento di questi otto elementi naturali di comportamento dà origine a una massa solo per quel momento che nel buddhismo è conosciuta come kalāpa. La grandezza di un kalāpa  è circa 1/46656mo[v] di una particella di polvere caduta dalla ruota di un carro nell’estate dell’India. La vita di un kalāpa è un momento e c’è un miliardo di tali momenti nel battito di ciglia di un essere umano. Questi kalāpa  sono tutti in uno stato di perpetuo cambiamento o flusso. Uno studente avanzato nella meditazione vipassanā può percepirli come un flusso di energia. Il corpo umano non è un’entità come sembra ma il continuum di un composto di materia (rūpa) coesistente con la forza vitale (nāma).

Comprendere che il nostro stesso corpo è composto da minuscoli kalāpa  tutti in stato di cambiamento è comprendere la realtà della natura del cambiamento o decadenza. Questa natura del cambiamento o decadenza (anicca) provocata dal continuo collassare e rinascere dei kalāpa, che sono tutti in uno stato di combustione, dev’essere necessariamente identificata con dukkha, la verità della sofferenza. Soltanto allorché sperimenterete l’impermanenza (anicca) come dukkha (sofferenza o dolore) che perverrete alla comprensione della verità della sofferenza, la prima delle Quattro Nobili Verità su cui viene posta così tanta enfasi negli insegnamenti del Buddha. Perché? Perché quando comprendete la natura sottile di dukkha, cui non potete sfuggire per un solo istante, ne sarete veramente spaventati, disgustati e disincentivati a continuare codesta esistenza di rūpa e nāma e cercherete una via di uscita in uno stato che sia oltre, ossia oltre dukkha, ovvero la fine della sofferenza. Di ciò che sia questa fine della sofferenza sarete in grado di avere un assaggio, anche come esseri umani, quando perverrete al livello di sotāpatti e sarete progrediti a sufficienza nella pratica per entrare nello stato incondizionato di pace nibbanica interiore.

Sia come sia, nella vita quotidiana non appena sarete in grado di mantenere, in pratica, la consapevolezza di anicca allora verificherete da soli che in voi avviene un cambiamento per il meglio, sia fisicamente sia mentalmente. Prima di entrare nella pratica della meditazione vipassanā, ossia, dopo che il samādhi è stato sviluppato a un livello adeguato, lo studente si deve prima familiarizzare con la conoscenza teoretica di rūpa (materia) e nāma (mente e proprietà mentali). Se le ha ben comprese in teoria ed è giunto al sufficiente livello di samādhi, vi è ogni probabilità che la sua comprensione di anicca, dukkha e anattā avvenga nel vero senso delle parole del Buddha.

Nella meditazione vipassanā si contempla non solo la natura mutevole (anicca) di rūpa o della materia, bensì anche la natura mutevole (anicca) di nāma, ossia degli elementi del pensiero e dell’attenzione proiettati sul processo di cambiamento di rūpa, ossia della materia. A volte l’attenzione sarà rivolta all’anicca di rūpa o della materia soltanto, a volte potrà essere rivolta all’anicca degli elementi-pensiero (nāma). Quando si contempla l’anicca di rūpa o della materia, si comprende anche che gli elementi-pensiero che sorgono simultaneamente con la consapevolezza dell’anicca di rūpa, o della materia, sono anch’essi in uno stato di transizione o cambiamento. In questo caso sarete in condizione di comprendere l’anicca di rūpa e di nāma contemporaneamente.

Tutto ciò che ho detto finora si applica alla comprensione di anicca tramite le sensazioni del corpo, alla comprensione del processo del cambiamento di rūpa o materia e anche degli elementi-pensiero che dipendono da tale mutevole processo. Dovete sapere però che anicca può essere compresa anche tramite altri tipi di sensazione.

Anicca può essere sviluppata attraverso la sensazione:

1. col contatto della forma visibile, con l’organo di senso dell’occhio;

2. col contatto del suono con l’organo di senso dell’orecchio;

3. col contatto dell’odore con l’organo di senso del naso;

4. col contatto del gusto con l’organo di senso della lingua;

5. col contatto del tatto con l’organo di senso del corpo;

6. col contatto del pensiero con l’organo di senso della mente.

Infatti si può sviluppare la comprensione di anicca tramite uno qualunque dei sei organi di senso. In pratica, comunque, abbiamo visto che, di tutti i generi di sensazione, la sensazione del tatto, estendendosi a tutto il corpo, copre un’ampia area per la meditazione introspettiva. Non solo, ma la sensazione tattile (per via della frizione, radiazione e vibrazione dei kalāpa all’interno) con le parti componenti del corpo è più evidente di altri tipi di sensazione e perciò un principiante nella meditazione vipassanā può giungere alla comprensione di anicca più facilmente tramite le sensazioni tattili, percettibili nel corpo, le quali rivelano la natura del cambiamento di rūpa o della materia. Questa è la ragione principale per cui abbiamo scelto le sensazioni corporee come mezzo per la rapida comprensione di anicca. Ognuno ha facoltà di tentare altri mezzi, ma il mio suggerimento è che bisogna familiarizzarsi per bene con la comprensione di anicca tramite le sensazioni corporee prima di fare tentativi con altri tipi di sensazione.

Nella conoscenza di vipassanā ci sono dieci livelli, ossia:

1. Sammasana: la comprensione di anicca, dukkha e anattā osservandole e analizzandole da vicino, naturalmente a livello teorico;

2. Udayabbaya: la comprensione dell’origine e dissoluzione di rūpa e nāma;

3. Bhaṅga: la comprensione della natura rapidamente mutevole di rūpa e nāma, percepite come un flusso di corrente o una rapida circolazione di energia;

4. Bhaya: la comprensione del fatto che questa esistenza è spaventosa;

5. Ādīnava: la comprensione del fatto che questa esistenza è piena di male;

6. Nibbidā: la comprensione del fatto che questa esistenza è disgustosa;

7. Muccitu-kamyatā: la comprensione della necessità urgente di sfuggire a questa esistenza;

8. Paṭisaṅkhā: comprensione del fatto che è giunta l’ora di darsi da fare con piena comprensione per la salvezza, tenendo anicca come base;

9. Saṅkhārupekkhā: comprensione del fatto che è giunto il momento di distaccarsi dai saṅkhāra e di farla finita con l’egocentrismo;

  1. Anuloma: comprensione che accelera il tentativo di raggiungere la meta.

Questi sono i livelli di comprensione cui si giunge durante un corso di meditazione vipassanā e che, nel caso di coloro che pervengono alla meta in un breve tempo, possono essere compresi solo retrospettivamente. Progredendo nella comprensione di anicca si passa attraverso tutti questi livelli di comprensione, che sono soggetti, comunque, a validazione o aiuto, a certi livelli, da parte di un maestro competente. Bisogna evitare di aspettarsi questi conseguimenti in anticipo, perché ciò distrarrebbe dalla continuità della consapevolezza di anicca, che sola può portare alla remunerazione desiderata.

 

Lasciate che ora tratti della meditazione vipassanā dal punto di vista di un laico nella vita quotidiana e vi spieghi i benefici che possono derivarne qui e ora, in questa stessa vita. Lo scopo iniziale della meditazione vipassanā è di attivare anicca in se stessi o di sperimentare se stessi in anicca e giungere quindi a uno stato di calma ed equilibrio interiore ed esteriore. Ciò si consegue allorché ci si assorbe nella sensazione interna di anicca.

 

Il mondo fronteggia ora problemi seri, che minacciano l’umanità. È il momento giusto per intraprendere la meditazione vipassanā e imparare come trovare una profonda polla di quiete nel mezzo di tutti gli accadimenti odierni. Anicca è dentro ciascuno, è con ciascuno, è alla portata di ciascuno. Basta uno sguardo dentro di sé ed ecco lì anicca, pronta per essere sperimentata. Quando si può percepire anicca, quando si può sperimentare anicca e quando ci si assorbe in anicca si può tagliar fuori a volontà il mondo discorsivo esteriore. Anicca è, per il laico, una gemma vitale di cui far tesoro per crearsi una riserva di calma e di energia equilibrata per il proprio benessere e quello della società. Anicca, se appropriatamente sviluppata, colpisce alla radice i mali fisici e mentali e rimuove gradualmente qualunque malanno ci sia, ossia le cause dei mali fisici e mentali.

Durante la vita del Buddha c’erano circa settanta milioni di persone a Sāvatthi e nelle regioni circostanti, nel regno di Pasenadi Kosala. Di questi, circa cinquanta milioni erano ariya che erano entrati nella corrente di sotāpatti. Perciò il numero di laici che avevano intrapreso la meditazione vipassanā doveva essere assai più grande.[vi]

Anicca non è riservata agli uomini che hanno rinunciato al mondo per divenire dei senzatetto: è anche per i laici. A dispetto degli impedimenti che rendono un laico inquieto oggigiorno, un maestro competente, o una guida, può aiutare uno studente ad attivare anicca in un tempo comparativamente breve. Una volta attivata, non c’è altro da fare che cercare di preservarla; ma bisogna comunque proporsi di darsi da fare per fare ulteriori progressi e raggiungere lo stato di bhaṅga, ossia il terzo livello nella comprensione della vipassanā, non appena se ne presenta il tempo o l’opportunità. Se si raggiunge questo livello, allora ci saranno ben pochi problemi, o nessuno, perché allora si dovrebbe essere in grado di sperimentare anicca senza molto sforzo e quasi automaticamente. In questo caso anicca diverrà la base cui tornare non appena le necessità domestiche della vita quotidiana e tutte le attività fisiche e mentali sono compiute.

C’è, comunque, la possibilità che vi siano difficoltà per chi non ha ancora raggiunto lo stadio di bhaṅga. Sarà come un tiro alla fune tra l’anicca dentro il corpo e le attività fisiche e mentali fuori. Così dovrebbe essere saggio, in questo caso, seguire il motto «lavora mentre lavori, gioca mentre giochi».

Non c’è bisogno di attivare anicca tutto il tempo; sarà sufficiente confinarla a un periodo o a più periodi regolari prestabiliti a questo scopo nella giornata o nella notte. Ma almeno durante questi periodi va fatto un tentativo di mantenere la mente/attenzione dentro il corpo, esclusivamente con la consapevolezza di anicca. In altre parole: la consapevolezza di anicca deve prodursi di momento in momento, e dev’essere tanto continua da non permettere l’interpolazione di alcun pensiero discorsivo o distraente, che sono decisamente nocivi al progresso.

Nel caso questo non sia possibile, bisognerà tornare alla consapevolezza del respiro, perché il samādhi è la chiave per anicca. Per avere un buon samādhi, il sīla dev’essere perfetto, poiché il samādhi si costruisce sul sīla. Per un buon anicca, il samādhi dev’essere buono: se il samādhi è eccellente anche la consapevolezza di anicca diverrà eccellente.

Non c’è altra speciale tecnica per attivare anicca oltre all’impiego della mente posta in un perfetto stato di equilibrio e attenzione e tenuta sull’oggetto della meditazione. Nella vipassanā, l’oggetto della meditazione è anicca e perciò coloro che sono abituati a riportare l’attenzione alle sensazioni del corpo potranno percepire anicca direttamente. Sperimentando anicca sul (o nel) corpo ci si rivolge dapprima all’area in cui si può più facilmente tenere l’attenzione, cambiando le aree di attenzione di luogo in luogo, dalla testa ai piedi e dai piedi alla testa e, a volte, penetrando all’interno. A questo stadio bisogna chiaramente capire che nessuna attenzione va prestata all’anatomia del corpo, ma solo alla formazione della materia (kalāpa) e alla natura del suo cambiamento costante. Se queste istruzioni verranno seguite vi sarà certamente progresso; ma ciò dipende anche dalle pāramī e dalla dedizione dell’individuo alla pratica della meditazione. Se si ottengono alti livelli di conoscenza, il potere di comprendere le tre caratteristiche di anicca, dukkha, e anattā aumenterà e conseguentemente ci si avvicinerà sempre di più alla meta di ariya che ogni laico dovrebbe prefiggersi.

 

Questa è l’era della scienza. Gli uomini d’oggi non vogliono utopie e non accetteranno nulla a meno che i risultati non siano buoni, concreti, vividi, personali e immediati. Quando il Buddha era vivo disse ai Kāḷāma:

 

«Ora, Kāḷāma, non dovete credere in base a mirabolanti racconti, né a causa della tradizione, né per via del sentito dire. Non fatevi convincere dall’autorità dei testi religiosi, né dalla mera logica o dalle supposizioni, né dal piacere della speculazione intellettuale, né dalla plausibilità, né dall’idea “questo è il mio maestro”. Invece, Kāḷāma, quando sapete per esperienza: “Queste cose non sono profittevoli, queste cose sono biasimevoli, queste cose sono censurate dagli intelligenti; queste cose, una volta effettuate ed intraprese, conducono a perdita e a dispiacere”, allora, in verità, lasciatele perdere. Ma se, Kāḷāma, in qualunque momento sappiate per esperienza: “Queste cose sono profittevoli, queste cose non sono biasimevoli, queste cose sono commendate dagli intelligenti; queste cose, una volta compiute ed intraprese conducono al benessere e alla felicità”, allora, in verità, accoglietele».[vii]

 

Adesso è scoccata l’ora della vipassanā, della rinascita del Buddha-Dhamma, della vipassanā in pratica. Non abbiamo neanche l’ombra di un dubbio che determinati risultati debbano prodursi in coloro che con mente aperta e sinceramente si sottopongono a un corso di addestramento sotto la guida di un maestro competente. E con ciò intendo risultati che siano considerati buoni, concreti, vividi, personali, immediati. Risultati che manterranno in forma e in uno stato di benessere e felicità per il resto della vita.

 

Che tutti gli esseri siano felici e possa la pace prevalere in questo mondo!

 



[i] Digha-nikāya, 16.

[ii] Estratto da Inside the Atom di Isaac Asimov. Capitolo 1: Contenuti atomici, ovvero di che sono fatte tutte le cose. «Ci sono così tante cose nel mondo e tanto differenti l’una dall’altra che la loro varietà è disorientante. Non possiamo guardarci attorno in qualunque luogo senza rendercene conto.

Per esempio, io sono seduto qui alla scrivania fatta di legno. Sto adoperando una macchina per scrivere fatta di acciaio e altri metalli. Il nastro della macchina è fatto di seta ricoperta di carbone. Sto scrivendo su un foglio di carta fatta di polpa di legno e indosso abiti di cotone, lana, cuoio e altri materiali. Io stesso sono fatto di pelle, muscoli, sangue, ossa e altri tessuti viventi, ciascuno diverso dagli altri. Dalla finestra posso vedere sentieri lastricati con frammenti di pietra e strade ricoperte di una sostanza bituminosa chiamata asfalto. Piove, così si vedono pozzanghere. Il vento soffia, così so che attorno a noi c’è un invisibile qualcosa che chiamiamo aria. Eppure tutte queste sostanze, per quanto sembrino diverse, hanno una cosa in comune. Tutte quante, il legno, la seta, il vetro, la carne, il sangue, sono fatte di piccole particelle separate. La stessa terra, il sole, la luna e tutte le stelle sono tutti fatti di piccole particelle. Certamente non riuscite a vedere queste particelle; infatti se osservate un pezzo di carta o qualche oggetto di legno o metallico non sembrerà affatto composto di particelle, ma un pezzo solido.

Ma fate conto di vedere una spiaggia vuota da un aereo; la spiaggia sembrerà un solido pezzo di terra giallastra. Sembrerà fatta di un solo pezzo. Solo allorché vi troverete giù, con le mani e ginocchia su quella spiaggia e la guarderete da vicino potrete vedere che in realtà la spiaggia è fatta di piccoli, separati granelli di sabbia.

Ora, le particelle che compongono ogni cosa attorno a noi sono molto più piccole dei granelli di sabbia. In effetti sono tanto piccole che il più potente microscopio mai inventato non può ingrandirle abbastanza per poterle vedere, nemmeno approssimativamente. Le particelle sono così piccole che ce ne sono di più in un granello di sabba di quanti granelli di sabbia vi siano su una grande spiaggia. Ve ne sono di più in un bicchier d’acqua di quanti bicchieri d’acqua vi siano in tutti gli oceani del mondo. Cento milioni di queste microparticelle poste l’una accanto all’altra comporrebbero una linea lunga poco più di un centimetro. Queste piccolissime particelle di cui tutte le cose sono fatte sono dette «atomi».

[iii] I chimici hanno ora un nuovo strumento per esplorare la chimica di un tessuto vivente. Questa branca della scienza è detta biochimica. In ogni creatura vivente, come un essere umano, avvengono nello stesso momento migliaia e migliaia di reazioni chimiche in ogni parte del corpo. Naturalmente i chimici vorrebbero sapere che cosa sono queste reazioni: se le conoscessero e le comprendessero tutte, moltissimi problemi di salute e malattia, di vita, invecchiamento e morte potrebbero essere in via di soluzione. Ma come si possono isolare tutte queste reazioni? Esse non solo avvengono tutte quante nello stesso tempo, ma vi sono anche reazioni diverse nelle diverse parti del corpo e reazioni diverse in momenti diversi nella stessa parte del corpo.

È come cercare di osservare un milione di televisori tutti insieme, ciascuno sintonizzato su un differente canale e con tutti i programmi che cambiano costantemente.

[iv] Kalāpa, in realtà, è una parola che indica un’entità composta, perciò ben diversa concettualmente dall’atomo il cui nome, dal greco α-τομος significa letteralmente «non divisibile». Tra i significati di kalāpa troviamo, sorprendentemente, anche quello di “stringa”, che non può non richiamare alla mente l’attualissima teoria delle “superstringhe” le quali, secondo alcuni scienziati, starebbero alla base della formazione della materia subatomica (N.d.T.).

[v] 46656 è una cifra che non va presa alla lettera. Si tratta infatti di (23x33)2, ossia del quadrato di 108×2 e il numero 108, come si sa, è fortemente simbolico per la tradizione vedico-buddhista (N.d.T.).

[vi] Vedi il commentario al Dhammapada (I, 4) [Leggende buddhiste I1,147]. Il commentario afferma che venti milioni di persone non conseguirono lo stato di ariya.

[vii] Anguttaranikāya III, 65

 

 



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