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Incontrare il Dalai Lama

dalai-lama-salutoDi Mayank Chhaya

Il contrasto tra un uomo che non ha perso il contatto con le semplici gioie della vita , un monaco sempre consapevole dei suoi obblighi religiosi e un mistico che arriva a toccare il cuore della vita è particolarmente evidente nel Dalai Lama, che in questa biografia autorizzata, di cui pubblichiamo un’anteprima, si svela agli occhi dell’autore che lo ha seguito per sette anni e che in queste pagine, alla fine del suo lavoro parla, delle impressioni raccolte.

Tratto da Dalai Lama Uomo, monaco, mistico
Biografia autorizzata Urra ed. 2010

A ogni passo lungo il sentiero, il cui selciato è reso lucido dalla
rugiada, il cielo sembra schiarirsi un po’ di più. Mentre raggiungo
la residenza del Dalai Lama il sole è riuscito a fare capolino nella
nebbia. Davanti alla sua casa, alcune centinaia di giovani monaci
intonano mantra fra nuvole di vapore. Alcuni sono impegnati a
discutere importanti concetti buddhisti, accompagnando le parole
con agili movimenti del corpo. Sembrano impegnati a danzare una
coreografia divina. Le guardie della polizia indiana osservano distrattamente
il viavai, sorseggiando una tazza di tè appena raccolto
dalle piantagioni nella vicina Kangra Valley.
Mentre entro nella sala, arredata in modo spartano, scorgo la
sua figura seduta a gambe incrociate sul pavimento, mentre oscilla
avanti e indietro; le dita tozze da bambino scandiscono il rosario
con sublime grazia. Il bagliore malva del sole dona alle vesti ocra
del Dalai Lama una tonalità ancora più profonda e dà al suo volto
un’espressione di profonda serenità. Mi sorride con una familiarità
che va ben oltre le nostre poche frequentazioni. Dopo tutto, questo
è solo il nostro terzo incontro, cui ne seguiranno molti altri. Conclude
le preghiere e poi scoppia in una profonda risata.
“Le piace ridere?”, chiedo.
Ride di nuovo, ancora più energicamente, e risponde: “Vedi, mi
aiuta a mantenere limpida la mia… come si dice… la mia anima”.
Se dovessi descrivere il Dalai Lama con una sola frase, credo
che sarebbe questa: “Seduto davanti a me, un uomo, un monaco
e un mistico, divinizzato o comunque rispettato da quasi tutti
coloro che sono entrati in contatto con lui fin da quando aveva
tre anni. Milioni di persone si sono prostrate ai suoi piedi o si
sono inchinate al suo passaggio nel corso degli anni. Il suo semplice
tocco ha scatenato i deliri della devozione. Tuttavia, egli rimane
talmente modesto da manifestare una disarmante umanità in tutte
le relazioni quotidiane. Questa mattina non ho alcun colloquio in
programma. Sono qui solo per osservare l’udienza generale che il
Dalai Lama concede spesso a centinaia di esuli tibetani, indiani e
stranieri in fila davanti alla sua abitazione. Secondo la polizia, oggi
sono quasi cinquecento. Vi sono alcuni Tibetani in completa reverenza,
in attesa di vedere il Dalai Lama; occidentali che sembrano
appena usciti dagli anni Sessanta, quando gli hippy vivevano in un
mondo di disaffezione illuminata; infine ci sono Indiani curiosi o
in attesa.
Uno degli Indiani osserva il mio badge di addetto stampa e
dice: “L’ha già incontrato? Le ha già letto la mano?”. Un “praticante
buddhista” tedesco scuote la testa e dice: “Sua Santità non legge
la mano. Se ne hai bisogno, vai da un ciarlatano, in strada”. Percepisco
un po’ di tensione nell’aria e decido di andarmene.
Non appena il Dalai Lama esce, con un lembo dell’abito poggiato
sul braccio destro, i Tibetani si prostrano a terra come colpiti
da una forza misteriosa. La fila comincia a muoversi. Tra i devoti,
il primo è Eric, uno svedese con lo zaino in spalla che ha “provato
tutte le pratiche orientali, ma senza conforto”; indossa un paio di
orecchini. Eric dice che il Dalai Lama è il suo ultimo tentativo:
“Se non funziona, dovrò tornare ai miei decadenti modi occidentali.
Significherebbe che tutto il misticismo orientale è da buttare”.
Mentre si avvicina il Dalai Lama, Eric tiene il capo chino. Il Dalai
Lama nota i suoi orecchini e gli dice: “Sono carini. Ti piacciono gli
ornamenti?”. Eric dice: “Sono in cerca di risposte, ma non le ho
ancora trovate. Tu sei la mia ultima speranza”.
Il Dalai Lama ride per l’ennesima volta quella mattina e dice:
“Io non ho risposte. Ho solo domande”. Poi diventa pensieroso:
“Tutto quello che posso dirti è che, come le domande, anche le
risposte vengono da dentro. Cercale e le troverai”.
Dopo aver benedetto, rassicurato e anche divertito per due ore
il suo pubblico, il Dalai Lama giunge alla parte più importante della
mattinata. Deve accogliere i nuovi rifugiati tibetani che sono giunti
in India dalla Cina attraverso il Nepal.
“Ammiro il coraggio con il quale siete riusciti a raggiungere
l’India, una terra che per noi è stata come una madre. Il nostro
unico desiderio è quello di vivere in pace nella nostra terra, il Tibet,
e lavorare per il progresso e la crescita spirituale; ma sembra che
questo sia inaccettabile per i nostri amici di Pechino. Ho vissuto
fuori dal Tibet per più di quarant’anni. Mi piacerebbe tornare a
casa appena possibile. Ma prima di poterlo fare, a Pechino devono
capire che il Tibet è sempre stato un Paese indipendente. Non abbiamo
alcun desiderio di combattere. Il buddhismo ci ha insegnato
da sempre la Via di Mezzo. Ci ha anche insegnato a sostenere ciò
che è giusto e ad affrontare ciò che non lo è. Credo che la Cina sia
stata ingiusta. Voglio tornare in Tibet nel corso della mia vita. Se
no, allora…”, il Dalai Lama si ferma, riflette e poi prosegue: “Non
so quando avverrà. Non posso attendere la prossima reincarnazione.
Non odio nessuno. Se potete, tornate in Tibet e aiutate gli altri
Tibetani. Se non potete, rimanete qui e aiutate i Tibetani in esilio.
Ma promettetemi di non tradire mai l’India”.
I rifugiati, rimasti con il capo chino per tutto il discorso, ora
alzano un attimo lo sguardo per osservare il Dalai Lama, ma poi
tornano ad abbassarlo. Infine l’udienza ha termine. Mentre torno
al mio albergo, decido di fare una breve deviazione e prendo
lo stretto sentiero che conduce in montagna. La temperatura è di
poco inferiore ai venti gradi e il sole splende: è una giornata perfetta
per meditare su una delle figure più importanti dei nostri tempi.
Davanti a me cammina un monaco, anziano, ma pieno di energia,
che fa roteare la sua ruota di preghiera. Sta per calpestare un insetto,
ma si ferma, prende una foglia, vi fa salire l’insetto e infine lo
mette su un albero.
Gli chiedo: “Non è possibile che, inconsapevolmente, tu abbia
già calpestato molti altri insetti? Perché salvare solo questo?”. Si
ferma facendo girare ancora la sua ruota di preghiera e risponde:
“Perché l’ho visto”. Solo successivamente ho scoperto che questo
monaco è considerato uno dei più saggi.
Circa un anno dopo, mentre percorro lo stesso sentiero e saluto
un altro monaco, comincio a chiedermi se e come i miei numerosi
incontri con il Dalai Lama mi abbiano cambiato. Mi siedo su una
roccia che domina la valle di Dharamshala e inizio a ripassare i miei
appunti. Un appunto mi colpisce per la sua completa mancanza di
spirito critico. Dice: “6 giugno… per essere Dalai Lama occorre un
grande talento… sembra così puro ed equanime…”. Un altro, datato
7 agosto, è più scettico: “Quanto può essere credibile tutto questo
parlare di reincarnazione? Sembra un po’ pretenzioso sostenere
di essere la propria quattordicesima reincarnazione. Come si può
pensare di sapere tutto sulla vita e sul dopo?”. Ma il più sorprendente è quello datato 3 dicembre: “La prima volta che lo incontri
non comprendi il significato di ciò che vedi. Ma continuando a
incontrarlo e osservandolo più da vicino, non si può non rimanere
affascinati dal carisma di quest’uomo. Alla fine basta riconoscere il
suo talento straordinario”.
Come avviene per la maggior parte delle figure di talento, probabilmente
è inutile cercare di analizzare, di svelare o di demistificare
il Dalai Lama. Queste persone si distinguono dagli altri per
una qualità indefinibile. Non si può cercare di analizzare il carisma
senza distruggerlo. È probabile che un esame razionale giunga a un
risultato ordinario o a una conclusione compiuta. Tuttavia, tanti
attributi apparentemente ordinari si sommano fino a creare un personaggio
fuori dall’ordinario. Tutte le persone hanno qualcosa di
ineffabile nella loro personalità. Nel caso del Dalai Lama, a questa
ineffabilità si affianca una totale mancanza di malizia. Forse non
sono stato poi così preciso nelle mie valutazioni. Avendolo osservato
per molto tempo, sono giunto alla conclusione che la vita
privata del Dalai Lama sia del tutto inaccessibile, a chiunque. Molti
occidentali che hanno avuto l’opportunità di conoscerlo da vicino,
commettono l’errore di ritenerlo un amico.
Un giorno Tempa Tsering mi disse: “Dopo la sua iniziazione
formale come Dalai Lama, qualche decennio fa, perfino la sua famiglia
avrebbe esitato prima di dichiarare il proprio legame con
lui. Può sembrarvi eccessivamente reverenziale, ma il Dalai Lama
non è una figura con cui si può stringere un rapporto di amicizia”.
Ho il sospetto che anche il Dalai Lama fatichi a vivere come
una sorta di divinità tra i comuni mortali. Il fatto che spesso si
descriva come “solo un comune monaco” potrebbe sembrare falsa
modestia. Ma so per certo che questa affermazione è frutto di una
convinzione sincera e di una profonda conoscenza del modo in
cui le persone attraversano questo vasto e affascinante universo.
Una volta gli chiesi se prendesse realmente sul serio tutta questa
devozione. Dopo una profonda riflessione, disse: “Ognuno ha in sé
quelle particolari qualità che la gente trova così abbondantemente
in me. Bisogna solo imparare a trovarle in se stessi e a manifestarle.
Sono veramente un comune monaco e sono ansioso di apprendere
tutto ciò che mi circonda”.
Durante i sette anni in cui ho lavorato alla sua biografia, ho
trascorso molto tempo a osservare il Dalai Lama da vicino in molte
situazioni. Mentre teneva discorsi sulla metafisica e mentre presiedeva le cerimonie di iniziazione; mentre visitava gli insediamenti
tibetani e mentre teneva le udienze mattutine; mentre insegnava
ai pochi prescelti e mentre offriva un consiglio ai nuovi profughi;
mentre partecipava ai festeggiamenti per il Capodanno tibetano e
mentre istruiva i nuovi monaci. Tutte le sue attività avevano qualcosa
in comune: il Dalai Lama non produce mai nemmeno una
nota stonata. Se fosse un cantante non stonerebbe mai. Se fosse un
giocoliere, non farebbe mai cadere una palla. Se fosse un funambolo,
non farebbe mai un passo falso. Considera tutto con la massima
calma. Non manca mai di ridere, almeno una volta, anche se
sta parlando con un gruppo di disperati profughi tibetani. Appare
sempre pienamente consapevole e non mostra mai alcuna preoccupazione,
sia nei tratti del volto, sia nel linguaggio del corpo. È
curioso, senza essere indiscreto e spiega tutto senza indulgere in eccessi.
Ha sempre il pieno controllo di ciò che lo circonda, ovunque
si trovi. Ma soprattutto, ha un senso di distacco in tutto quello che
fa, senza per questo trascurare neppure il più piccolo dettaglio.
Un esempio che ha dimostrato con chiarezza tutte le sue qualità
riguarda una lezione che ha tenuto in una nota scuola superiore di
New Delhi. L’argomento era ancora una volta shunyata, ovvero
l’inconsistenza. Per molte persone si tratta di una sciocchezza
esoterica, ma in realtà il concetto è assai profondo e ha solidi fondamenti
intellettuali. La sala era gremita di studenti e di curiosi.
Il Dalai Lama era seduto in modo discreto su uno sfondo nero.
L’ocra nella sua veste contrastava magnificamente con il nero dello
sfondo e lo faceva somigliare a una fiamma danzante. L’effetto era
stupefacente, per il modo in cui oscillava, avanti e indietro. Sapeva
che il pubblico attendeva il suo discorso. Improvvisamente si alzò
e, con lo sguardo rivolto verso il tetto di lamiera ondulata, disse:
“L’ultima volta che sono venuto qui, c’era una famiglia di piccioni.
Mi chiedo se viva ancora qui” e rise. Proprio in quel momento,
un piccione attraversò in volo tutta la sala. Dopo questo esordio,
ha incantato la platea per un’ora e mezza, con un discorso che ha
affrontato gli aspetti metafisici del buddhismo. La brillantezza del
discorso non si è persa nella traduzione dal tibetano all’inglese.
Questo ricordo mi è rimasto impresso per molti motivi. In un
certo senso, quella sera mi è passata davanti tutta la vita del Dalai
Lama. Nato in un villaggio sperduto, in una delle regioni più impervie
del mondo, in una famiglia non particolarmente in vista, sia
economicamente sia culturalmente. È una persona senza gradi di
potere o di successo tali da attrarre le folle. Gli argomenti di cui
parla e la lingua che usa per comunicare non sono certo fatti per
affascinare il pubblico. Eppure è riuscito a catturare con grande facilità
l’attenzione di un pubblico eclettico su un argomento astratto
come l’inconsistenza in una lingua che pochissimi avrebbero compreso
senza l’aiuto di un traduttore. Il fatto che abbia cominciato il
suo discorso rievocando una famiglia di piccioni ha semplicemente
aumentato la sua efficacia. In poche parole, la spiegazione può essere
soltanto una: alcune persone hanno doti straordinarie.
Un altro episodio che racconta brillantemente chi è il Dalai
Lama, si è verificato durante i miei viaggi con lui a Bylakuppe, il
più grande insediamento di rifugiati tibetani ai margini delle famose
piantagioni di caffè del Karnataka, nell’India sud–occidentale,
dove vivono quasi 40.000 rifugiati tibetani. Le visite del Dalai Lama
agli insediamenti tibetani sono sempre molto sfarzose, indipendentemente
dalla frequenza con cui si ripetono. I Tibetani sembrano
non averne mai abbastanza. Il tratto di circa otto chilometri che
conduce al monastero di Sera Je, dove il Dalai Lama elargiva gli
insegnamenti Kalachakra, era pieno di Tibetani e altre persone, tutti
allineati ai margini della strada. L’aria fresca della regione sembrava
immobile, in quanto al passaggio del Dalai Lama nessuno emetteva
alcun suono. Molti erano in attesa con sciarpe di seta bianca,
nella speranza di ricevere una benedizione personale. Il convoglio
di auto procedeva molto lentamente, per dare ai fedeli l’opportunità
di vedere il Dalai Lama. All’improvviso il Dalai Lama chiese
di fermare l’auto. Sembrava avesse visto qualcosa. Scese dall’auto,
con grande preoccupazione delle guardie del corpo, e si diresse
verso un gruppo di persone. Per un attimo tutti pensarono che
avesse riconosciuto qualcuno. Un bambino tibetano, di quattro o
cinque anni, giocava con un cane di un paio d’anni. Il Dalai Lama si
diresse verso il gruppo e molti pensarono che fosse venuto per benedirli.
Invece allungò la mano verso il bambino e il cucciolo, li accarezzò,
scoppiò a ridere e disse: “Come sono felici. Vedete, a loro
non importa che sia arrivato il Dalai Lama”; poi tornò all’auto.
Poche ore dopo, il Dalai Lama era seduto su un trono decorato
e conduceva qualche migliaio di persone attraverso i labirinti degli
insegnamenti buddhisti. Il contrasto tra un uomo che non ha perso
il contatto con le semplici gioie della vita, un monaco sempre consapevole
dei suoi obblighi religiosi e un mistico che solo raramente
rivela cosa si nasconde dietro l’apparenza è particolarmente evidente
nel Dalai Lama.
Il carico di aspettative riguardanti la profondità delle sue parole
è cresciuto costantemente negli ultimi venti anni. In un certo senso
è come un comico di successo, che deve costantemente aggiornare
il proprio numero. Tuttavia, il Dalai Lama evita accuratamente
di compiacere la platea. Il suo più grande successo consiste nel
reinterpretare e reinventare costantemente la sua stessa istituzione
in un periodo della storia umana governato dalla scienza, dalla
tecnologia e dalla razionalità. Ha reso il proprio messaggio aconfessionale
e non religioso, senza con ciò compromettere l’aspetto
mistico della sua vita. Ha sviluppato con successo una versione del
buddhismo facilmente assimilabile dalle moderne menti occidentali,
sempre più secolarizzate.
Quanto sia riuscito a riformulare il proprio messaggio è risultato
chiarissimo durante una visita di venti giorni negli Stati Uniti,
nel settembre del 2005. Rivolgendosi a una platea raccolta allo
stadio di Rutgers, New Jersey, il Dalai Lama ha esordito con i suoi
caratteristici toni modesti: “Non ho nulla da offrirvi, nessuna nuova
idea o nuovi punti di vista.
Siamo esseri viventi, come gli alberi e i fili d’erba”, ha detto
indicando il verde campo da calcio, e ha aggiunto: “A dire la verità,
non so se questo sia un prato vero”.
Il pubblico attendeva ansioso l’evoluzione del discorso; il Dalai
Lama ha dichiarato “obsolete” le guerre e poi ha aggiunto: “Nel
mondo intero non dovrebbe esistere neppure un ordigno nucleare”.
L’idea non sembrava particolarmente originale, ma il discorso
è subito passato oltre, quando il Dalai Lama ha detto che affinché
il mondo possa raggiungere il “disarmo esterno”, aveva bisogno di
conquistare il “disarmo interiore”.
Poi ha parlato della distinzione fra affetto e compassione. Questo
è uno dei suoi temi preferiti. L’affetto, ha detto, è un sentimento
selettivo che si prova per gli amici o i familiari. La compassione,
invece, è un atto “imparziale e altruista”. Ha concluso il suo discorso
con questo argomento, lasciando il pubblico a riflettere. e corre seriamente il rischio di diventare irrilevante. Il Tibet non
avrebbe potuto trovare un sostenitore più efficace della sua difficile
situazione. Ma qui sta il problema: il Tibet è così intrinsecamente
identificato nella persona del Dalai Lama, che a volte questa identificazione
può diventare deleteria. Nel caso del Tibet, il Paese si
identifica con l’uomo. Egli ha fatto per il Tibet tutto ciò che poteva
fare da uomo senza Stato, monaco sposato alla non–violenza e mistico
alla ricerca delle verità più profonde. In ogni causa di qualsiasi
ampiezza e complessità, sarebbe ingenuo attribuire il successo
a un singolo individuo. Ma il Tibet è sostanzialmente la campagna
di un uomo, che ha attraversato ben cinque decenni. È solo merito
del Dalai Lama se la Cina è disposta a considerare il Tibet una questione
ancora in sospeso. Se fosse stato per la leadership cinese, il
problema Tibet si sarebbe chiuso nel 1950, quando l’Armata Rossa
ha conquistato un Tibet praticamente indifeso. Una campagna non
violenta e legata alla pura moralità richiede necessariamente più
tempo per avere un impatto, così come è accaduto per la campagna
del Mahatma Gandhi contro l’Impero Britannico.
Come dice il Dalai Lama, è ancora possibile che, nel corso della
sua vita, possa far ritorno in un Tibet, se non indipendente, almeno
autonomo. Per molti versi, la questione Tibet non è mai stata così
vicina alla soluzione come lo è oggi, con reciproco vantaggio per
le due parti. Il fatto che una sola persona, un monaco disarmato,
sbarri la strada al Paese più potente del mondo è estremamente
suggestiva.
Il viaggio da Tengster a Lhasa e da Lhasa al resto del mondo è
stato epico. Quando il ventiquattrenne Tenzin Gyatso ha dovuto
lasciare i propri abiti per fuggire in India vestito da militare, non
immaginava che il tempo lo avrebbe fatto emergere come custode
della coscienza del mondo. A settantuno anni – oggi settantacinque ndr – , mentre riconsidera
la propria vita, divisa tra un’enorme crescita personale e una battaglia
già persa per il suo Paese, non mi sembra vi sia una conclusione
più appropriata della massima sanscrita yatha bhutam, “ha visto le
cose così come sono”.

Mayank Chhaya , giornalista da circa venticinque anni, è un commentatore molto apprezzato delle questioni del Sud Asiatico per l’Indo-Asian News Service, con sede a New Delhi (India). È autore di numerosi articoli su India, Pakistan, Sri Lanka e Stati Uniti.
Dirige il sito di news e attualità www.dailysub.com. Attualmente risiede a Chicago e divide il suo tempo tra Washington e New York.



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