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“Il cacciavite giusto”: strumenti per smontare la sofferenza

Buddha thailandia badi Diana Petech

Quanto c’è di difficile e di irrisolto in ognuno di noi non costituisce un corpo unico,  ma è un insieme composto da più elementi che possono essere man mano separati con l’aiuto dell’utensile adatto e poi riutilizzati trasformadoli in altro.

Ritiro di consapevolezza a Pian dei Ciliegi il 28/09/08

Buongiorno cari amici,

– davvero “cari” amici [guardandosi tutt’intorno]. Questa è la mia casa e questa è la mia famiglia. Sicuramente insieme a noi in questa sala oggi ci sono Thây e Sister Chân Không, che sono i nostri più diretti antenati spirituali, i nostri genitori spirituali, la fonte diretta di tutto l’insegnamento che ho ricevuto e che cerco di comunicarvi, di trasmettervi un pochino oggi, di tutto quello che ha avuto senso per me, che ha avuto efficacia per me. Ci sono anche Karl e Helga Riedl, i nostri maestri-guida, che ci hanno ampliato la visione dandoci mezzi e modi sottili per mettere in pratica questi insegnamenti nella vita laica, in particolare. E poi insieme a noi ci sono tutti gli amici e compagni di Dharma che non sono fisicamente qui: ognuno di loro ha trasmesso qualcosa, ha mostrato, ha insegnato con l’esempio a ognuno di noi. È un patrimonio comune che si è andato formando negli anni e che cerchiamo a nostra volta di accrescere con le nostre esperienze, per portarlo ancora avanti negli anni, alle generazioni di praticanti che verranno.

Il titolo del ritiro è “Il cacciavite giusto: strumenti per smontare la sofferenza”. È una maniera scherzosa per dire una cosa abbastanza audace: che la sofferenza – o disagio esistenziale,  chiamiamolo come vogliamo – quanto di non risolto c’è nella nostra vita, non è un unico nuvolone indistinto ma è un qualcosa di  montato, di composito, costituito da tanti elementi diversi, e che quindi noi possiamo gradualmente, poco a poco, smontare; a condizione di vederlo bene e di avere gli strumenti giusti. Per smontare un carburatore, dobbiamo vederlo; io non sono un meccanico, ma credo che questa sia una verità indiscutibile. Per smontare qualunque cosa dobbiamo vederla. Ed è un po’ questo il soggetto della nostra pratica di questo fine settimana. Ricordiamoci che si tratta del nucleo centrale degli insegnamenti del Buddha: la realtà della sofferenza, la trasformazione della sofferenza e le vie per uscire dalla sofferenza. Il Buddha ha detto che non si occupava di questioni metafisiche, né dell’aldiquà o dell’aldilà, ma che gli interessava questo soggetto.

E qui cominciamo a condividere un’osservazione interessante. Il Buddha non ha mai detto eliminare la sofferenza, non ha mai detto reprimere la sofferenza, non ha mai detto ignorare la sofferenza; ha detto trasformare, “liberarsi da”. Sono due cose estremamente differenti l’una dall’altra.

Abbiamo sentito stamattina il “Sutra della freccia” [1], che è ricchissimo; ho voluto portarlo perché penso che sia uno dei pilastri dell’insegnamento su questo argomento. Il Sutra comincia dicendo “Il nobile praticante percepisce sensazioni dolorose, sensazioni spiacevoli e sensazioni neutre”, esattamente come le persone che non sono entrate in contatto con gli insegnamenti. Non si tratta quindi di non percepire più sensazioni spiacevoli. Thây percepirà fino alla fine dei suoi giorni sensazioni, spiacevoli, piacevoli o neutre – dico “Thây” per indicare un praticante avanzato, che ha raggiunto un alto livello di sviluppo personale. Anche lui continuerà a percepire sensazioni spiacevoli, piacevoli o neutre. Si potrebbe pensare: “Ma allora nulla ci protegge da nulla; se neanche la pratica ci protegge dalla sofferenza, allora a cosa serve?”. Il “nobile praticante”, Thây,  continuerà a provarle; la cosa interessante però è che cosa ne fa: alimentarla o trasformarla in qualcos’altro, e in quanta parte.

Per riuscire a fare questo lavoro di trasformazione della sofferenza, dobbiamo vederla bene. È la prima e la seconda delle Nobili Verità: la realtà della sofferenza e la radice della sofferenza – perché ogni disagio e sofferenza ha una serie di cause e condizioni che sta alle sue radici.

Questo è ciò che stiamo facendo qui, quest’oggi: cercare di vedere le radici della sofferenza.

Prima di tutto, in ogni cultura, anche nella nostra ma specialmente in quelle orientali,  c’è il desiderio – che è proprio archetipico della razza umana – della “bacchetta magica”, il magico tocco con cui si risolve il problema: “Il demone si trasforma in cigno e vola in cielo”, si superano tutte le difficoltà, “si sconfiggono i draghi”, “si conquista la principessa”.  È una cosa sana, presente in tutte le culture; è la proiezione, la realizzazione nella mente, del nostro desiderio di onnipotenza: quindi le pozioni magiche, i filtri, i prodigi, il deus ex-machina della tragedia greca – sapete com’è, arriva Marte e risolve tutto.

Un pochino di questo archetipo è filtrato nell’illusione, che ci propone la nostra cultura occidentale, che “il fare equivalga al potere”. Basta citare una serie di luoghi comuni: “volere è potere”, “basta volerlo”, “siamo padroni del nostro destino”. In una certa misura è anche vero; però se li portiamo all’eccesso, il rischio all’estremo del percorso è il delirio di onnipotenza, che ci offusca soprattutto la chiara visione del nostro potere sugli eventi relativi alle altre persone e sugli avvenimenti collettivi o naturali. Noi abbiamo pochissimo potere su un terremoto: possiamo costruire la casa con criteri antisismici per evitare che ci cada in testa, però non possiamo fermare un terremoto con le mani. Ecco, questa illusione del potere è molto occidentale.

L’altro aspetto, che è un po’ l’accusa che fanno gli occidentali agli orientali, è l’abbandono agli eventi: “non c’è niente da fare”, “è destino”.

Da noi qualcuno dice “eh, sono sfortunato”…  dunque mi abbandono a quello che c’è, senza mettere nulla di mio, perché dò per scontato di non avere  nessuna possibilità di scelta o di modificare le cose. Io me lo raffiguro come il messicano che fa la siesta con il sombrero calato sugli occhi. (Il sombrero calato è quello che non gli fa vedere – al di là del fatto che gli altri non vedono se sta dormendo, soprattutto non gli permette di vedere….).

Come sempre fra due estremi, tra il delirio di onnipotenza e l’inerzia, c’è la terza via saggia: quella dell’azione con gli occhi aperti, quella rappresentata magnificamente in uno dei bodhisattva. (I bodhisattva sono figure di riferimento, un po’ come i santi nella tradizione cristiana, che hanno la funzione di ricordarci una nostra potenziale qualità che ha bisogno di essere toccata, di essere risvegliata.)  Il bodhisattva Avalokiteshvara è “il bodhisattva dell’ascolto profondo” dei mali del mondo, l’essere che viene in aiuto di tutti gli altri esseri. In India e in Tibet veniva raffigurato soprattutto come un uomo o una donna con mille mani, dunque con tutta una raggiera di mani intorno a sé, e nel palmo di ogni mano c’è un occhio. Dunque l’azione, simboleggiata dalla mano, insieme alla visione saggia, simboleggiata dall’occhio. Ecco, questa è la terza via; l’azione personale unita alla chiara visione di dove e come applicare questa azione.

In questa chiara visione è contenuta anche l’accettazione degli eventi, il fluire con gli eventi: vedere chiaramente dove posso impiegare la mia energia e dove non sta a me, dove impiegare la mia energia sarebbe sforzo vano.

Però per poter distinguere devo vedere bene la natura e la caratteristica di questi eventi.

L’azione saggia è passare gradualmente da un abitudine allo “o… o…”  (“o mi ci metto di persona e risolvo la situazione o mi abbandono agli eventi e non c’è niente da fare”), allo “e… e…”, sia l’uno sia l’altro, entrambe le opzioni, in una sintesi saggia e discernente. La stessa persona, quindi, a secondo della situazione sarà attiva oppure passiva oppure un misto di attiva e passiva.

E qui arriviamo ad un punto delicato, quello della non-definizione. Se dico: “Io sono una persona attiva”, definendomi una persona attiva mi gioco ogni possibilità di essere una persona che in un certo momento si ferma e lascia scorrere gli avvenimenti, là dove magari sarebbe saggio farlo. Se io mi definisco “una persona debole, passiva, sempre in mano altrui”, mi gioco a priori la possibilità di prendere in mano quello che davvero è nelle mie mani e di agire saggiamente; sarò quindi completamente in balia della volontà altrui, schiavo degli eventi. La sofferenza quindi sarà qualcosa che mi viene da fuori, nella quale non ho nessuna speranza e nessuna possibilità di azione.

Questa prima riflessione è uno dei cacciaviti, uno degli strumenti che volevo mettere in comune. Possiamo visualizzarla come quella bella cosa che facciamo durante il cerchio di saluto della comunità, quando ci diamo la mano destra con il palmo verso l’alto e la sinistra con il palmo verso il basso; non è una formalità: con una mano ricevo e con l’altra dò, quindi è la sintesi del dare e del ricevere. Esattamente nello stesso modo, io posso essere la sintesi tra attività e accoglimento.

Annoterei sulla lavagna il primo dei due o tre strumenti che vorrei condividere con voi: l’equilibrio fra azione e accoglimento. [scrive sulla lavagna:                 

Questi strumenti non sono più importanti di altri, sono solo quelli che io ho sperimentato nella mia vita personale e nella mia vita di pratica e che quindi posso e desidero condividere. Naturalmente ognuno di noi ne avrà altri, da condividere.

Passiamo a un altro strumento; la seconda Nobile Verità dice: “Vedere le radici della sofferenza”: cercare le radici della sofferenza, dunque, ha a che fare con la conoscenza. In riferimento alla meditazione guidata che abbiamo fatto insieme ieri pomeriggio[2], conoscenza significa “fare silenzio per lasciare emergere qualche cosa, là dove non arriviamo con l’attività intellettuale, con il rimuginìo”. Dato un soggetto di sofferenza, sappiamo tutti quanto siamo bravi a girarci in tondo, ad andare “in loop” e a non mollarlo più. Attività che, come vedremo, non è solo inutile, ma anche malsana. Dove non si arriva rimuginando, si arriva con il silenzio. Thây dice: per riuscire a vedere il fondo di un bicchiere bisogna lasciare depositare le impurità che ci sono nell’acqua; se è un’acqua fangosa, oppure un succo di frutto con molta polpa, l’unica maniera che ho per vedere attraverso il bicchiere è fermarmi, lasciare che si depositi sul fondo.

A volte quello che ci impedisce di vedere con chiarezza è la confusione che facciamo tra ciò che è nostro e ciò che è altrui; sentiamo un nuvolone di dolore indistinto e attribuiamo a questa sofferenza un insieme di cause e condizioni mescolate che sono in parte nostre e in parte altrui. Qui noi ci stiamo occupando solo delle cause e condizioni che sono nostre. Abbiamo detto che possiamo fare qualcosa, se abbiamo gli occhi aperti  – però possiamo farlo solo su quello che è nostro e non su quello che è altrui.

Per vedere quello che è davvero mio occorre che io sgomberi il campo dal giudizio. Noi giudichiamo con grande disinvoltura gli altri, ci hanno abituato a farlo; a volte giudicare noi stessi ci viene molto più scomodo, ci crea molta più fatica psicologica, e allora giudichiamo tutto e tutti di continuo. Oppure, anche qui come abitudine indotta, ci viene facilissimo giudicare noi stessi, che è un buon sistema per togliersi sottilmente la responsabilità: se penso di essere una persona incapace o indegna e parto da questo presupposto, non devo fare più niente! È certo che “sono una persona indegna, un incapace, che non so cavare un ragno dal buco, che non so trovare soluzioni” – e con questo torniamo a una condizione già vista prima: “sono in balìa degli altri, sono in balìa degli eventi”.

Per poter vedere davvero che cosa è mio e che cos’è altrui, ho bisogno di togliermi questi occhiali di giudizio e distinguere molto chiaramente tra “colpa” e “causa”.  La seconda Nobile Verità tratta appunto delle cause, delle radici “causali”della sofferenza. La sofferenza ha delle cause; noi, in genere, passiamo il nostro tempo a cercare di chi è la colpa.

“Di chi è la colpa?”

C’è una frase che ho letto non so più dove che fa un quadro abbastanza preciso della colpa nel percorso spirituale: «Prima di iniziare un percorso spirituale “è sempre colpa degli altri”. Quando si comincia ad avanzare sul percorso “è sempre colpa mia”. Al termine del percorso non è piùcolpa di nessuno». Semplicemente, non c’è più l’idea di colpa.

 

È altrettanto rischioso dare tutta la colpa a se stessi, quanto lo è dare tutte le colpe agli altri.

Torniamo al concetto di potere, espresso prima: se parto dal presupposto che tutto è in mio potere, che io posso tutto, allora se c’è sofferenza è perché ho fallito o perché non ho fatto qualcosa che avrei dovuto fare, potendola fare. Dunque sono indegno, sono in colpa: se c’è sofferenza “è colpa mia”.

Non è così: noi non abbiamo tutto questo potere. Se ci togliamo questa grande illusione di poter fare qualunque cosa, ci togliamo anche la colpa di non averlo fatto.

Mi piace ripescare un passaggio da un brano del Satipatthana, il “Sutra sui quattro fondamenti della presenza mentale”[3], uno dei pilastri della pratica e dell’insegnamento del Buddha. È molto articolato, preciso, esamina molti elementi; ogni fase e ogni sezione si conclude con questa frase: “così il praticante si radica nell’osservazione del corpo, della mente, delle sensazioni, degli oggetti mentali. Si radica nell’osservazione della mente nella mente,  si radica nel processo di originazione e dissoluzione, il venire in essere e il cessare di esistere.

(Qui apro una parentesi: tutte le sofferenze, tutte i fenomeni sono impermanenti; questa è un’altra cosa che ci dimentichiamo continuamente.)

Così il praticante è consapevole dei vari fenomeni. Egli si radica nell’osservazione libero, non intrappolato in considerazioni mondane”, ovvero nel giudizio. Ecco, questa è veramente acquisizione di libertà: basta eliminare il giudizio, eliminare la colpa, lasciare venire a galla la calma, e allora si può osservare. Io sono libera di osservare tutto ciò che c’è nella mia mente, sono libera di osservare dove ho contribuito a generare una sofferenza e sono libera di osservare dove non è cosa mia ma di qualcun altro – e allora sarà bene che io lo aiuti, che porti amorevolezza nella relazione, che vi porti comprensione, eventualmente anche chiarezza, ma non sarò io che potrò risolvere quella cosa.

Osservare e vedere – in piena libertà. È questo, per me, che vuol dire “si radica nell’osservazione, libero e non intrappolato nel giudizio”.

[scrive sulla lavagna:2. Visione delle cause senza giudizio.].

È chiaro, alcune delle cause di sofferenza sono evidentemente prive di “colpa”, è una cosa che salta all’occhio:  per esempio il terremoto di cui parlavo prima. Non è “colpa” del terremoto, quello avviene per conto suo. Si possono cercare le varie cause: le placche tettoniche, la deriva dei continenti….: ci sono cause oggettive, come per altri fenomeni naturali come le alluvioni. Noi poi troveremo delle colpe per il fatto che si è costruito su un terreno alluvionale, il quale poi viene trascinato a valle da una pioggia più forte delle altre; o che siano state costruite case di carta velina che cadono alla prima scossa sismica. Ma che se c’è un terremoto non è colpa di nessuno, questo è chiarissimo.

Per quanto riguarda le cose degli esseri umani non ci è chiaro proprio per niente. Alcuni elementi non sono necessariamente in potere dell’altro. “Ma come, ha fatto questo? Allora è colpa sua”: ecco lì il giudizio. Ci sono molte persone che semplicemente agiscono in un certo modo o sono in un certo modo – che sono come un terremoto, come un alluvione, nel senso che “sono una calamità naturale”. Io qui mi rifaccio a Karl:[4] ci ha fatto saltare sulla sedia quando ne ha parlato, poi mi sono resa conto che invece mi ha dato uno strumento utilissimo: rendermi conto che non sta a me decidere che l’iracondo non debba essere iracondo.

Se piove ed esco senza ombrello, mi bagno. Se mi accompagno a una persona iraconda, subirò la sua ira. Sta a me decidere se, quando e con quale intensità frequentare una persona che mi “bagna” della sua ira. Se ci sono altre buone ragioni per frequentarla, benissimo, io posso solo manifestare con quella persona una mia necessità  – di non essere aggredita o strapazzata – e questa è mia responsabilità. L’alternativa non è farsi andar bene qualsiasi cosa: devo essere estremamente chiara sulle mie necessità, su cosa mi fa soffrire. Dopo di che, sta a quella persona come agire; non è in mio potere eliminare la sua tendenza all’ira – prendo ad esempio l’ira ma vale per qualunque altra cosa, che so,  la pigrizia, tutto ciò che negli altri ci può irritare o mettere in difficoltà.

Se piove ed esco senza ombrello, mi bagno. Se mi espongo ad un’assemblea di condominio particolarmente rissosa, so che verrò via con le orecchie in fiamme perché se ne saranno dette di tutti i colori. Però ci tengo che non deliberino di pitturare la casa di arancione a righe verdi, per cui partecipo alla riunione di condominio. Se lo so prima, “mi bagno” di meno. Perché, ancora una volta: è dentro di me il potere di distinguere dove sono libera di scegliere che cosa fare, dove agire, e dove invece accogliere. Accogliere l’alluvione, il terremoto, l’ira, l’inerzia; le tante cose altrui che ci possono destabilizzare.

Ho imparato un trucco che mi è utilissimo di fronte alla mia irritazione o alla mia ira: è quello di “fare i mucchietti”. So che quando sono stanca, sotto pressione, ho troppe cose da fare, sono molto più facile all’arrabbiatura di quando sto bene; questo lo sappiamo tutti. Allora se io, come dice Thây, mi fermo e respiro almeno tre volte, dieci (meglio!), ho un po’ più di calma per distinguere cosa è mio e cosa non è mio: sono arrabbiata perché “quella persona non deve passarla liscia, perché è uno scandalo, è una vergogna, come si permette!”, oppure “è perché sono stanca?” Può capitare che una cosa da poco mi dia una spinta e mi faccia rotolare giù dal pendio della perdita di controllo; ciò che mi sta accadendo è davvero così ignobile, così inaccettabile… o semplicemente mi ricorda una cosa che faceva mia madre quando ero piccola e che mi faceva uscire dai gangheri?  È solo che lì c’è un pulsante attivo, come dice Karl e qualcuno lo sta premendo?

Questa cosa è realmente così inaccettabile perché lo è in assoluto, o solo perché è la 524° volta che viene fatta e chi la fa non se ne accorge? – Attenzione, se non se ne accorge, per quella persona è la prima volta. È questione di chiara visione: se noi quell’azione l’abbiamo già vista 523 volte, questa è la 524°; per la persona che la fa è la prima – ammesso che se ne accorga o che uno la tiri per la manica dicendole “guarda che…”.

Ecco, facendo i mucchietti  – questa parte è sua, questa è mia; questo è perché sono stressata o perché ho fame –  alla fine resta qualcosa di ben delimitato: di solito resta ben poco, l’intero episodio si smagrisce molto.

Se ho chiaro che mi sono infuriata perché sono stanca, poi, starà a me organizzarmi la vita in modo da non ridurmi come uno straccio. Non è “colpa” di quell’altro.

Se ho ben chiaro che quella data persona è così per carattere, sta a me “uscire con l’ombrello”, come dicevo prima nel caso della pioggia. Può darsi che lei abbia compiuto effettivamente un’azione che mi ferisce, che mi fa del male, e allora avrò la responsabilità di comunicarglielo. Non nel momento in cui sono turbata, ma quando sarò calma, quando ci sarà la possibilità di una comunicazione amorevole e tranquilla. Però l’altro deve sapere con che realtà ha a che fare; deve sapere: “attenzione, mi stai pestando il mignolo”: se non glielo dico, l’altro continuerà imperterrito a pestarmi il mignolo senza saperlo, senza accorgersene.

Consiglio caldamente questa pratica dei mucchietti. Ci sono tanti elementi… abbiamo citato lo stress, la stanchezza, l’episodio che ci riporta all’infanzia, la ripetitività: credo ce ne siano molti altri, ma al momento mi vengono in mente questi; sono già utili.

Dobbiamo vedere chiaramente anche quello che è dell’altro; e non possiamo soltanto manifestargli la nostra reazione, magari dire dicendo:“quello che hai fatto è una stupidaggine, sei un cretino”, ma: “Sai, questa cosa mi fa male”. Io glielo segnalo, poi sta all’altro regolarsi o meno di conseguenza.

E così, aggiungiamo un altro cacciavite.

[scrive sulla lavagna:3. I mucchietti”.]

Per concludere, vorrei riprendere il Sutra della Freccia che abbiamo letto questa mattina. È un sutra veramente prezioso, perché non è non è lunghissimo, ma è denso di significato. Avete sentito che la prima metà è dedicata all’uomo comune, “che non ha ricevuto gli insegnamenti”, all’uomo ordinario, che siamo tutti noi in origine, noi cresciuti in un ambiente in cui non abbiamo ricevuto questi insegnamenti da piccoli.

L’uomo ordinario, quando viene toccato da una sensazione dolorosa, si affligge, si lamenta, piange battendosi il petto, entra in uno stato di grande confusione”. A parte il batterci il petto, che non è più tanto nelle nostre abitudini, ci siamo, no? “È come se fosse colpito da una freccia, e subito dopo fosse colpito da un’altra freccia”, che si conficca nella prima, quindi molto più dolorosa.

La seconda parte dice: “Il nobile discepolo prova una sensazione piacevole, prova una sensazione spiacevole, o prova una sensazione neutra”, quindi siamo a parità di sensazioni provate, ma  “non soffre, non si affligge, non si lamenta, non piange battendosi il petto, non entra in uno stato di grande confusione. Egli sperimenta un solo tipo di sensazione, la sensazione corporea e non quella mentale”. In questo caso parla di sensazioni spiacevoli fisiche, cioè di dolore fisico, però “la seconda freccia” è applicabile anche a un dolore mentale.

Ecco che subito ci si presenta una cosa importantissima: il nostro modo di percepire e vivere un avvenimento può essere una fonte di sofferenza, anche molto grave. A parità di avvenimento, più persone possono viverlo in modo diverso.

Ricordo un episodio, di qualche anno fa che lo esemplifica bene: in un cerchio di condivisione, durante un ritiro, c’erano più sedie di quanti non fossero i partecipanti (forse mancava una persona); quindi fra chi facilitava e la prima persona alla sua destra c’era uno spazio vuoto. Dopo la campana, passato qualche minuto, uno di noi ha detto, indicando la sedia vuota: «Bene, abbiamo anche la sedia per Thây. Thây è presente nel cerchio di condivisione.».  La persona che sedeva a fianco della sedia vuota, in seguito ha condiviso una cosa preziosissima: «Questa sedia vuota mi aveva fatto provare un senso di isolamento, di separazione, di lontananza come se ci fosse sempre  un ostacolo fra me e gli altri.» (Di fatto lei aveva comunque un’altra persona a fianco, dall’altro lato, però il suo sguardo “ferito” era rivolto al lato della sedia vuota…). «Poi nel momento in cui qualcuno ha detto “‘Questa è la sedia per Thây” all’improvviso mi sono sentita seduta a fianco del Maestro: confortata, rassicurata, resa più degna.» E la sedia era sempre vuota!

È stato veramente un insegnamento.

A parità di esperienza, dunque, diversa reazione genera un diverso vissuto.

La cosa interessante è come si genera questa seconda freccia. Posto che si provi una sensazione spiacevole – un dolore fisico; un lutto, qualcosa di importante –,  la prima cosa che sviluppiamo per cultura indotta, per struttura mentale o per tantissime altre cause, è l’avversione alla sofferenza, l’avversione al dolore: “non lo voglio!”.

Qui entro in un campo estremamente personale: la maggior parte di voi sa che ho una malattia cronica dolorosa (questo è il motivo per cui a volte mi vedete seduta, mentre altri stanno in piedi). Dieci anni fa mi sono trovata a fare “amicizia” con il dolore fisico che è abbastanza costante, a volte raggiunge dei picchi.

Cito il Sutra: “Percependo una reazione dolorosa, quell’uomo prova avversione verso di essa”. Vi assicuro che l’avversione è una seconda freccia, anzi è un cannone. “Non voglio”, “no, questo no”. E “Perché proprio a me?” che è la grande domanda.  (Pensandoci bene, perché mai dovrebbe venire agli altri e a me no?)

E sopratutto “vai via, via, via”. È logico, giusto e sano che al dolore fisico, sopra una certa soglia, si ponga rimedio; è sacrosanto andare a cercare un medico competente, che capisca che cosa succede, che identifichi le cause della sofferenza e che sappia porvi rimedio. Ma in questo modo  agisco sulla prima freccia, non sulla seconda, e non sempre sulla prima ho qualche potere. Là dove ho il potere in mano, invece è sulla seconda: l’avversione per quella sofferenza.

Di avversioni ce n’è un’infinità; per esempio, la proiezione sul futuro: “se sto così male adesso chissà quando sarò più anziana che vita da cani!”. Oppure il famoso “perché proprio a me?”, oppure la paura della dipendenza, una paura non da poco: “Se sto così male, diventerò dipendente da tutti quanti. La mia immagine è quella di una persona autonoma fisicamente, forte, che se la cava da sola”, quindi anche l’attaccamento a una data immagine di sé. (E’ stato un bel koan, questo, per me, perché ero una persona molto sportiva, che se la cavava in situazioni anche abbastanza estreme.)

Dunque, il sutra dice: “Provando avversione nei confronti della sensazione dolorosa, in lui la tendenza latente all’avversione di fronte alla sensazione dolorosa, si accresce”. Quindi: più provo avversione, più alimento la mia tendenza a provare avversione. Sotto sotto abbiamo tutti questa tendenza latente: la questione è che più la alimentiamo e più lievita, quindi tanto facilmente proveremo ulteriore avversione a qualunque cosa.

Dicevo prima che quando siamo giù di energia qualunque cosa ci destabilizza: la tendenza latente a perdere equilibrio c’è, va riconosciuta – va bene così, fa parte della struttura mentale umana. Quello che sta a noi fare o non fare è alimentarla. Lo stesso per l’attaccamento.

L’avversione è una “seconda freccia”, ma lo è anche l’attaccamento: “Come sto bene, che sensazione meravigliosa sto provando, vorrei che non finisca mai”. Sappiamo tutti che non funziona così, che le relazioni amorose si trasformano, si modificano e maturano, che non possiamo vivere in un perenne stato di innamoramento. Sappiamo tutti che non possiamo gustare la mousse al cioccolato per 24 ore al giorno (almeno non senza danni gravi); che attaccarci alla gioia di avere un figlio piccolo diventa un disastro quando questo figlio cresce. L’elenco può andare avanti all’infinito.

Cercando gratificazione nei piaceri sensoriali, se l’uomo ordinario prova attaccamento per essi in lui la tendenza latente dell’attaccamento nei riguardi della  sensazione piacevole si accresce”.

L’attaccamento si auto-alimenta, dunque; ma abbiamo subito due strumenti per smontare le seconde frecce, per deviare il tiro, per non farle neanche partire: vederle bene prima che partano: “questa è avversione”; oppure “questo è attaccamento”.

Ricordiamoci che verremo colpiti dalle inevitabili frecce del dolore, della vecchiaia, della morte, della malattia, dell’allontanamento delle persone care: ci toccano, ci aspettano, quasi ci spettano di diritto. “Il nobile discepolo, quando viene colpito dalla prima freccia” – perché è certo che anche lui viene compito dalla prima freccia, come chiunque altro, “Il nobile discepolo che ha ricevuto gli insegnamenti spirituali… non si affligge, non si lamenta, ecc, ecc., sperimenta un solo tipo di sensazione; venendo toccato da quella sensazione non prova avversione”. Ci chiediamo: “Ma com’è possibile?” La mia esperienza è che è possibilissimo.

Io ho una piccola fetta di questa esperienza del vivere con il dolore fisico (ma ci sono persone che hanno “maestri” molto più importanti ed esigenti del mio), e posso dire che ormai se mi sveglio di notte con una crisi di dolore, come capita spesso, non è un gran problema. Se occorre prendo un farmaco, se non devo cerco di usare altri mezzi: ho imparato a riposare anche senza dormire, magari seguendo il respiro. E la mattina sono abbastanza riposata: non mi manca il sonno, non sono di cattivo umore, non sono distrutta. “Ma come, hai dormito due ore questa notte?” Sì, però non è successo niente di grave. È stata solo la prima freccia. È una cosa che si allena con il tempo; più ci si allena, più diventa efficace e meno ci si fa caso, cioè meno il dolore diventa minaccioso e totalizzante.

Il nocciolo del sutra per me sta proprio in questo dettaglio:  “libero, non identificato in essa”.  “Il nobile discepolo…non lo percepisce identificato con esso”. È questa la questione. Io non sono quel dolore, o almeno non sono solo quel dolore – e sto parlando anche di altri dolori, per esempio di un lutto grave, di uno dei tanti dolori dell’esistenza che ci sembra che ci travolga e con cui non riusciamo a venire a patti. Io, nella mia totalità,  non “sono” solo quella sofferenza: sono anche tutto il resto; sono quindi anche le sensazioni piacevoli, sono anche il respiro, anche la limpidezza della mia mente. Sopratutto non ne sono prigioniero. Torniamo a quel libero, che sembra così paradossale: io so con certezza che quel dolore me lo porterò fin che campo, perché è una malattia cronica; chi perde una persona cara sa con certezza che quella perdita è definitiva, non gli puoi raccontare che domani ritornerà perché non è vero. Ma se non è identificato in quella realtà, vivrà una “prima freccia”, per quanto dolorosa, ma almeno sarà soltanto – mi viene da dire – quella “sana” prima freccia.

Come detto, nessuno ci garantisce una vita senza sofferenza e senza dolore. Se io accetto questa prima freccia come un Maestro perché mi mette in condizione di vedere meglio, di capire meglio qual’è la mia posizione nella mia esistenza, non solo non è più una sensazione spiacevole, ma è una sensazione neutra, più diventare perfino piacevole, se vogliamo: non piacevole per masochismo, ma perché posso accogliere addirittura con serenità, se non con gratitudine, una sofferenza perché è lì che posso mettere alla prova il percorso che sto facendo.

Perché la pratica, tutto quello che stiamo facendo qui, va proprio in direzione dell’accettazione e della trasformazione della sofferenza.

[Scrive sulla lavagna:  avversione4. Seconda freccia attaccamento ]

E con questo, buon lavoro di meccanica a tutti noi!

Potremo rivedere a distanza di tempo, magari fra un anno o due, quali di questi strumenti, tra tutti quelli che ci vengono offerti, è diventato naturale, è entrato nella nostra quotidianità, e quale invece va ancora alimentato e nutrito perché lo diventi. Così avremo un po’ la percezione di cosa stiamo facendo; e avremo anche la percezione del cammino che abbiamo fatto. Ricordiamoci di guardare con molta cura quello che abbiamo già raggiunto: altrimenti ci concentriamo sempre sulla meta da raggiungere, là, lontana, magari con la sensazione che non ci arriveremo mai, e intanto diamo per scontato tutto il cammino che abbiamo alle spalle.

È su quello che possiamo fondare un’esperienza piacevole, una gratificazione, ma soprattutto è quello, il cammino già percorso, il fondamento sul quale possiamo trasmettere la nostra esperienza ad altri, condividerla con le persone che abbiamo intorno.

Vi ringrazio molto per l’ascolto.


[1] Il “sutra della freccia” (Sallasutta, Samyutta Nikaya 36,6) si trova in versione italiana nella raccolta La rivelazione del Buddha , ed. Mondadori, vol. 1 pp.429-35. In internet v. sito di Nicola Mei:  http://xoomer.alice.it/karuna/discorso%20della%20freccia.htm

[2] Una meditazione guidata sulla visione profonda delle origini della nostra sofferenza.

[3] Canti e recitazioni di Plum Village pag. 231; La via del cuore pag. 302.

[4] Karl Riedl, v. sopra.



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