Dal 1985...una visione per il DHARMA in Occidente

Dal 1985…una visione per il DHARMA in Occidente

Il nostro fondatore Vincenzo Piga, (1921-1998)  è stata una figura  centrale per molti di coloro che ancora oggi si trovano ad operare per rendere viva la presenza del Dharma nel nostro paese. La sua energia, le sue idee a getto continuo, la sua intraprendenza hanno reso possibile molte di quelle realtà in ambito buddhista,  che oggi sembrano un dato acquisito ma che per i pionieri come lui sono state fonte di notevole impegno, preoccupazioni e  “arrabbiature”, per le quali  era anche molto famoso.

piga 1Il suo carattere non certo facile gli ha talvolta reso ingiustizia, rendendo difficile accettare anche quelle sue idee pionieristiche che poi, alla lunga, sono risultate  molto proficue. E’ stato un uomo con cui non era facile interagire, caparbio e attaccato alle sue opinioni e con cui bisognava scontrarsi per poter poi creare risposte  originali alle diverse situazioni, che non fossero  il ripetersi di modelli prestabiliti o di semplicistiche affermazioni ma fossero la base per un’attività creativa di soluzioni diverse.

Vivere accanto a Vincenzo è stata una vera scuola di vita perché non si sapeva mai dove si sarebbe andati a finire, ma si sapeva che fondamentalmente per lui il principale interesse e scopo era il Dharma, a cui si era avvicinato nell’ultima parte della sua esistenza.

E’ sempre stato un passo avanti gli altri, con idee nuove che al momento sembravano impraticabili ma che alla lunga si rivelavano esatte. Alcuni dei suoi vecchi compagni se lo ricordano in azione quando faceva parte del Comitato Economico Sociale della Comunità Europea a  Bruxelles in cui era rappresentante per l’Italia per la categoria dei professionisti. Si ricordano della sua allora stravagante idea di creare una moneta europea unica. Idea che allora, all’inizio degli anni settanta, sembrava un’utopia, un’idea balzana, ma che oggi, dopo quasi trentanni, è una realtà con  cui abbiamo cominciato a confrontarci  tutti i giorni. Altra sua lotta quasi donchisciottesca di cui ci  si ricorda, sempre al Comitato Economico Sociale, è stata l’approvazione della legge per l’abolizione dell’utilizzo dell’amianto nelle costruzioni, per cui si è battuto a lungo e contro tutti le lobbies produttrici, riuscendo, prima di andare in pensione, ad arrivare allo scopo per la tutela della salute di tutti noi cittadini europei.

E da giovane la sua esperienza nella seconda guerra mondiale come ufficiale di stanza in Francia e poi come prigioniero in Polonia all’indomani dell’8 settembre del 1943 e, come spesso raccontava, la sua attività per organizzare la baracca degli ufficiali italiani e le loro richieste, un “sindacalista”  particolare, che riuscì a utilizzare al meglio le poche risorse disponibili suddividendo i cibi per tutti,  fino alle bucce delle patate tagliate, come raccontava , a listelle sottilissime per farle durare più a lungo mentre si masticavano.

Dopo la guerra si laureò a Padova in giurisprudenza e lavorò come praticante nello studio del prof. Ettore Gallo, che divenne in seguito  Presidente della Corte Costituzionale. Quindi la sua avventura di sindacalista nel settore agro alimentare, la militanza nel partito socialista e le inchieste giornalistiche, che lo videro impegnato nella difesa dei diritti dei lavoratori quando era nella redazione dell’Avanti. Impegni politici e sindacali che sempre seguì con l’entusiasmo e la caparbietà che gli erano propri fino alla crisi negli anni ottanta che portò al suo allontanamento dal Partito Socialista in cui non si riconosceva più.

Negli anni di Bruxelles, in cui trascorreva la settimana lavorativa per poi tornare a Roma dove lo aspettava la compagna della sua vita, l’amata Giuseppina, c’è stato l’incontro con quello che diventerà il suo punto di riferimento, dopo la crisi di identità politica, per gli ultima annidella sua vita: il Buddhadharma.

L’incontro con il buddhismo avvenne nel più semplice e classico dei modi: era alla ricerca di qualcosa, senza sapere bene cosa e andò ad assistere alle conferenze e agli incontri di un centro di tradizione kagyupa della città belga guidato da Dujon Rimpoce  e  in cui incontrò anche il grande maestro Tai Situ,  che lo avviò alla pratica di meditazione.

Come spesso ricordava l’incontro con il buddhismo avvenne in un momento di grande trasformazione: la prima parte della sua vita era stata infatti dedicata agli aspetti sociali, economici e politici ma a un certo punto egli aveva cominciato a sentire  la necessità di aprirsi ad alto e l’incontro con il buddhismo, con il carattere non dogmatico, tollerante e pratico di questo insegnamento fondato sulla concezione della interdipendenza e della necessità di un  graduale lavoro interiore per trasformare se stessi e la società circostante   furono la risposta adeguata alle sue nuove esigenze. Certamente il suo temperamento vulcanico non poteva fermarsi a questo. E quindi subito cercò in Italia dei centri corrispondenti entrando in contatto con l’Ismeo di Roma in cui lavorava geshe Jampel Senghe, che aveva un piccolo gruppo di praticanti a cui si unì pieno di fervore e per cui cominciò ovviamente a organizzare delle attività fino ad offrire una sede, acquistando un appartamento a Ostia.

La sua generosità infatti era grande, pari alla parsimonia con cui egli stesso viveva. Molto parco e semplice nei suoi bisogni ha offerto tutti i suoi beni agli altri, dai parenti prossimi ai parenti “buddhisti”. E’ stato discepolo di lama Yeshe e tra i sostenitori dell’Istituto Lama Tsong Khapa di Pomaia, così come dell’Istituto Samantabhadra e del Dharma Ling a Roma, ha donato la sua prima sede al  Monastero Santacittarama a Sezze (Latina) e ha  creato con buona parte dei suoi averi e con il sostegno della moglie Giuseppina la Fondazione Maitreya, Istituto di cultura buddhista, riconosciuta nel 1991 come ente culturale dallo stato per sostenere lo sviluppo di una tradizione culturale buddhista nel nostro paese, stimolare le università in questo campo, aiutare i giovani che vogliono avvicinarsi allo studio dell’insegnamento, operare nel campo dell’editoria e della divulgazione a ogni livello.

E questo è il Vincenzo che vogliamo ricordare quello che appassionatamente ha dato le sue energie per creare la Fondazione Maitreya e in contemporanea l’Unione Buddhista Italiana, all’inizio piccola e timida cellula di aggregazione dei pochi e sparsi centri buddhisti italiani  e oggi interlocutore dello stato per la stipula dell’Intesa, secondo l’articolo 8 della nostra Costituzione, che garantirà i diritti dei buddhisti italiani; quell’Intesa da Vincenzo sempre voluta e ostinatamente perseguita e che, purtroppo, non ha visto concretizzata.

Il lavoro di Vincenzo per l’Intesa, dalla prima bozza fino alla sua presentazione ain Commissione governativa è stato di un forza incredibile, contro tutti gli ostacoli ha sempre lottato con ostinazione, fondandosi sulla sua fiducia nella giustezza dell’impresa, contro tanti che non gli davano ascolto o che non avevano fiducia nella riuscita dell’impresa. Incontri e scontri sono stati vissuti da chi ha lavorato con lui su questo, rimbrotti ed esortazioni a lavorare, darsi da fare a raccogliere sostegni politici,  firme e quanto altro fino all’apertura delle trattative, che oggi ormai sembrano essere arrivate a un buon punto.

Abbiamo lasciato per ultima la sua creatura prediletta: PARAMITA, Quaderni di buddhismo, rivista nata nel 1982 e che poi, per sottolinearne ancor più le intenzioni, divenne Quaderni di buddhismo per la pratica e per il dialogo, da lui diretta fino alla morte nel 1998.

PARAMITA è stata con la Fondazione Maitreya la “figlia” di Vincenzo e Giuseppina e la “madre” delle riviste italiane di buddhismo, tra cui oggi ci siamo anche noi. Vogliamo ringraziare questa madre di cui noi siamo figli e il suo creatore e direttore nel solo modo che ci è possibile: continuare la sua opera nello spirito di apertura che l’ha sempre contraddistinta per dar voce a tutta la ricchezza degli insegnamenti buddhisti di ogni tradizione, a tutta al ricchezza della pratica e del dialogo in tutte le sue forme.

La testimonianza che possiamo dare all’amico Vincezo Piga è solo questa: lavorare e perseverare come egli stesso avrebbe fatto per condividere con gli altri la ricchezza spirituale dell’insegnamento del Buddha.

All’amico Vincenzo, al suo essere burbero e affettuoso, al suo essere duro e disponibile, al suo essere uomo con tutte le sue contraddizioni e con tutta la sua generosità va il nostro ricordo semplice con un grazie e l’impegno a continuare nella linea tracciata.