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Bodhgaya : Un grande gompa per il Kālachakra

di  Felicita Gabetti

Il grande incontro con  Tenzin Gyatso il XIV Dalai Lama a Bodhgaya lo scorso gennaio  per la grande iniziazione di Kālacakra è stato un avvenimento cui hanno partecipato centinaia di migliaia  di praticanti, tra di essi una nostra corrispondete che ce ne parla in prima persona.

E la città si tinge di rosso. Come una manciata di Dharma. Miriadi di spruzzi rossi sul suolo terroso, riarso, calpestato. E gli spruzzi diventano le tuniche rosse di monaci di tutte le età, dai minuscoli monaci bambini ai giganti del Kam, acquattati a gruppi contro i muretti di terra, assiepati in giardinetti spogli, accovacciati sui marciapiedi e nelle piazze, o in file interminabili che, con passo cadenzato, strisciando i sandali nella polvere, avvolti nello zen, con la mascherina anti-inquinamento pressata sul volto, avanzano nel freddo dell’alba. Una rossa processione per entrare nella grande tenda dell’iniziazione, il Ground, montata su pali per ospitare centomila persone.  (continua…)

http://www.youtube.com/watch?v=M-8UuPAsxCI

Sul lato più largo il palco e il trono da dove dopo gli insegnamenti impartirà l’iniziazione Sua Santità il XIV Dalai Lama Tenzin Gyatso con alle spalle lo spazio chiuso in cui i monaci realizzano il mandala di Kālacakra. A sinistra del palco,  una pedana su cui siedono in posizione vajra gli abati e i tulku. A destra un’altra pedana per gli ospiti laici importanti.

Davanti al palco si apre l’ampio spazio sotto la tenda bianca e azzurra. Un ampio spazio diviso a lotti. Una scacchiera a scacchi rossi e colorati. E lì centocinquantamila anime, fra monaci e laici di tutte le provenienze, tacciono, stipati quasi uno sull’altro sulle stuoie umide, aggrappati ai bambù delimitanti gli stretti passaggi anch’essi invasi da forme accovacciate. Tacciono, tutti assetati d’ascoltare gli insegnamenti di Sua Santità il Dalai Lama, di ricevere l’iniziazione, o solo di essere vicino al loro leader spirituale che con la sua voce fonda, rassicurante, precisa nei consigli, negli insegnamenti religiosi e pratici, parla loro:

«Oggi si vede che più si acquista benessere economico, più si perdono i valori interiori e  sabotano i valori spirituali da cui deriva il benessere fisiologico. L’equilibrio mentale è la causa del benessere fisico. Più metodi si praticano per ottenere equilibri mentali, più  velocemente si ottiene l’equilibrio fisico».

E la sua voce che azzittisce ogni  parola, ogni sentimento distraente, ogni disagio, ogni paura.

«All’inizio eravamo in pochi, solo i tibetani studiavano il buddhismo diffuso in Oriente.Poi il buddhismo si è diffuso in occidente e nella comunità scientifica. Gli scienziati  dovrebbero avere un’attitudine di apertura sincera sulla natura della mente, e noi buddhisti dovremmo dare giusto peso a un’educazione scientifica moderna».

E la sua voce che ammonisce.

«In Cina insegnano il Dharma falsi guru e si sono lamentati di tali maestri,  lamentandosi erroneamente del Dalai Lama, che  non ne è responsabile. Molti tibetani si spacciano per signori del Dharma e ciò accade anche in Europa e negli USA. Questi monaci si spacciano per insegnanti e guadagnano grazie all’ingenuità degli occidentali, ma non praticano».

E la sua voce che si spande come una nube impalpabile di energia e di coraggio.

«In Tibet le monache non avevano sistemi educativi, ma solo rituali per tutta la vita. Ora cerco di ripristinare lo studio per le monache e la tradizione della completa ordinazione anche per le monache, che senza di questa non possono diventare Ghesce».

E la sua voce si espande come una nube d’amore uscendo da altoparlanti e megaschermi. Là, lontano, fuori dalla immensa tenda, contro la cinta interna che delimita lo spazio del Ground,ancora e ancora monaci si accalcano seduti a terra. Dominano le macchie rosse dei monaci tibetani, e, qua e la, le macchie arancioni dei theravadin.  E ancora e ancora, donne nei loro abiti tradizionali, uomini, giovani e anziani, provenienti da molte terre ascoltano:

«Ci sono rappresentanti di 60 paesi, il Kālacakra per la pace mondiale attira persone dai diversi paesi del mondo…»

Altri amplificatori portano ai più lontani le immagini e la voce in diretta di Sua Santità il Dalai Lama.  Fuori, tutt’attorno al perimetro che delimita il Ground,  per le vie e per le piazze fin dove è possibile accucciarsi, altri schermi e altoparlanti si rivolgono a tutti quelli che occupano ogni piccolo spazio di suolo disponibile. Lì, accovacciati a terra, in sovrannumero tacciono i tibetani, i nepalesi, i cinesi, gli indiani e gli occidentali. Tacciono poliziotti e commercianti e pezzenti. Perfino il rullare dei carrelli di assi di legno su cui si trascinano gli storpi, cessa, lasciandoli schiacciati come sagome scure di rane uscite da una palude, fermi con la ciotola di stagno acciaccata contenente poche monete. Ovunque risuona la voce fonda del Dalai Lama impregnata di rara compassione di umanità profonda.

« Dobbiamo capire la reciproca correlazione quindi, dato che siamo accumunati dall’  essere viventi, siamo accomunati dal dolore e dal desiderio di liberarcene, dobbiamo  meditare sull’equanimità, dobbiamo sviluppare la compassione per comprendere la qualità della grande compassione. Abituarsi gradualmente e familiarizzare con questo stato e farlo diventare proprio».

Un padre. Un condottiero di pace. Quella pace che si deve trovare prima in ognuno di noi. Poi in colui che è seduto vicino a noi sulla stuoia sotto il tendone, seduto vicino a noi su questa terra. Quella pace che si espande a tutta questa  gente seduta intorno a noi su queste strade e piazze, in questi parchi di Bodhgaya per spandersi ovunque fino a dare una reale pace globale, non solo una speranza.

« Voglio promuovere la politica della non violenza per il tempo che mi resta da vivere  nel mio paese e nel mondo».

E la sua voce scorre illustrando il Dharma in tutti i suoi punti, comunica gran scioltezza, facilità di espressione, chiarezza, logica consequenziale, dimostrando un possesso così profondo della materia da avere la forza e l’eloquenza di esporla con facilità, con sicurezza, con precisione accessibile a tutti, il che ne fa un tesoro per gli occidentali che sono per tradizione più estranei a questa filosofia, e un rinforzo per gli stessi orientali a cui il buddhismo è più familiare, quasi una congenita accettazione di fede, dunque più facile da accettare, ma meno studiato e meditato.

«Per favore fratelli e sorelle del Tibet e dell’India, per favore studiate altrimenti tutto è solo  mero rituale. A tutti i tibetani all’estero: studiate, perché avete strutture sociali migliori, avete più opportunità di studiare. Pensare che i rituali bastino da soli è errato. Studiate. La fede cieca  non aiuta. No, alle mere formule magiche. No, alle mere preghiere. Studiate perché il Dharma attraverso voi possa perdurare nel mondo. Come si può pensare che il Dharma resti se noi non studiamo, preservandolo. Certo  non è possibile solo attraverso la devozione alle statue ,che non ci parlano. La devozione ci deresponsabilizza dallo studio e dalla meditazione demandando la nostra crescita alla devozione a una statua. E lo studio non deve finire mai, se si vuole ottenere una coscienza più precisa. Avere un interesse anche nello studio di altre tradizioni, vuol dire arricchirsi».

Tutti i tibetani convenuti dall’India e dal Tibet bevono le sue parole anche quando esulano dagli insegnamenti, quando li ammonisce come un padre affettuoso che pretende l’accelerazione della crescita, il cambiamento necessario alla sopravvivenza di un popolo che non può più restare cristallizzato fuori dal tempo.

«Essendo usciti dal Tibet, è importante studiare altre nuove discipline. Molti tibetani sono restii ad aprire la mente a nuove culture, ciò li fa restare concentrati su valide ma limitate conoscenze. Mantenere la mente elastica e aperta è porta a una vera saggezza.Parlo per lo più ai tibetani propensi a mantenere un’ attitudine di ristretta e non aperti ad apprenderei cose nuove»

Sorride.

«Ai tibetani venuti dal Tibet dico: “Non buttate i libri appena finito l’insegnamento. Magaru avrete problemi con la polizia… ma non buttateli, studiateli!”».

La puja di lunga vita separa gli insegnamenti dall’iniziazione vera e propria con un’esplosione gioiosa di canti e danze rituali. Spettacolo felice con cui gli schermi sparsi ovunque accolgono i nuovi numerosi arrivi, che ostacoleranno il traffico per i tre giorni del Kālacakra. Alla conclusione della puja le kate volano a centinaia come bianche comete di seta sotto il blu cielo del tendone. Come comete lanciate da una mano all’altra, convergono a ondate sempre più fitte verso il palco dove Sua Santità elargisce sorrisi s tutti. Sotto la pioggia di kate, schiacciata da sgomitate, strizzata contro il corrimano di bambù da una selva di fotografi e cineasti d’assalto armati di treppiede, scattavo con parsimonia le sue espressioni e i suoi gesti più significativi. Attorno, a raffica, schioccavano gli scatti impazziti di tutti quelli che si accalcavano a rubare una immagine da mettere su you-tube.

Sua Santità in Bodhgaya. Una festa. Una preghiera corale. Una sagra antica. Una comunione che ha accentrato un numero incalcolabile di persone. Quanti? Forse 200.000… poi 300.000 o 400.000… alla fine si inventa: 500.000? Un numero che davanti ai nostri occhi lievita ogni giorno. Non è la solita calca di ascoltatori, è il 32º Kālacakra impartito dal Dalai Lama. In molti temono questo sia l’ultimo visto che viene impartito a poca distanza dall’alto stupa della Mahabodi ai piedi del quale si trovava l’albero dell’illuminazione del Buddha Sakyamuni. In molti non hanno voluto mancare. Quante lingue, quanti dialetti, quante acconciature e abiti diversi, odori, atteggiamenti, in un fiume che riempie le strade dal buio prima dell’alba al buio del tardo pomeriggio. Un fiume a piedi che straborda dalla strada, sui margini fangosi per scivolare tra i banchetti, che a centinaia bordano la strada e la piazza con merce di tutti i tipi, e comprare dalla tazza di plastica alla pentola di alluminio, dalla tankha dipinta a mano alla pashmina sintetica, dai sambosa fritti alle banane nane, per poi rifluire nella corrente cercando di non farsi calpestare dalle ruote dei risciò in fila indiana al centro della strada. Bodhgaya non dorme la notte che precede l’inizio del Kālacakra. Restano accesi i Monasteri della tradizione Mahāyāna, Theravāda, Vajrayāna, dei Karmapa, e altri numerosi tempi attorno ai quali, nei campi soffocati dalla nebbia, sono sorte delle megatendopoli che dilatano spettralmente la città. Un brusio di vita, tosse, sputi, parole, rumore di gruppi elettrogeni, scorrere delle ruote di qualche risciò, il ringhiare e abbaiare di cani, muggiti sordi delle mucche coperte da tela di sacco e legate alle case di terra, lo scalpiccio di piccoli gruppi che, nel buio della notte, alle quattro del mattino s’affrettano per andare ad occupare un posto sulle stuoie colanti di umidità sotto la grande tenda in attesa, molte ore dopo, dell’inizio del Kālacakra, della distribuzione del tè con il latte salato e del pane, che viene distribuito a tutti i convenuti sotto la tenda e a tutti quelli che si possono raggiungere nella calca fuori. Mentre i monaci costruivano pazienti il mandala di sabbie colorate tracciato all’inizio da Sua Santità il Dalai Lama; mentre veniva descritto il mandala con le sue porte e le sue divinità, i passi del discepolo per accedere e giungere al guru nel cuore del palazzo, vedevo che il palazzo era lì sotto la tenda, formato da campi rossi, gialli, arancio, bianchi e grigi. Il palazzo era lì formato da migliaia di convenuti, ora tutti con la fascia rossa sugli occhi o attorno al capo, assorbiti in una meditazione cosciente, una lucida visualizzazione dei percorsi. Io fra loro. Seguire realmente l’iniziazione svuotando la mente per respingere la minima distrazione? Penso per molti fosse difficile. Sicuramente possibile per alcuni gruppi silenziosi, attenti e preparati di monaci immobili in posizione vajra che parevano aver fermato il battito cardiaco e aver trasferito la mente altrove. Possibile anche per quegli altri monaci fra le cui mani scorrono testi di scritture, le male, il libro con il testo in tibetano e inglese, distribuito gratuitamente a tutti. Possibile anche per alcuni gruppi di stranieri che, armati di cuffie, ascoltavano la traduzione nella loro lingua, cercando di stare dietro allo svolgersi della cerimonia, e possibile anche per chi si trovava in un parco a seguire l’iniziazione eccellentemente tradotta e sapientemente trasferita a loro da Andrea Capellari.

È quasi notte sotto il leggero chiarore che attraversa la coltre umida e velenosa di nebbia, un fruscio in aumento, come il salire della marea nella notte, uno scalpiccio di piedi nudi, non una parola, non altro suono. Un torrente grigio cencioso veloce irrompe nella strada. I mendicanti sciamano, lasciando il luogo, tutti uniti, in uno sciacquio come di stracci polverosi sbattuti sulla riva.Penso:  i topi lasciano la nave da cui non possono più rosicchiare nulla.Sono centinaia a passo veloce. Donne, vecchi, bambini, storpi, mezzi uomini, tutti coperti di stracci incolori. Se ne vanno portando le poche rupie raccolte ai margini di questa messe di umanità. La   loro sopravvivenza per qualche giorno. Sciamano tutti insieme a passo veloce. Nessuno resta indietro. Occupano tutta la strada. Per almeno quindici minuti tutto è fermo. Solo la corrente porta via questi spettri che tornano chissà dove, sparendo nel buio. Poi irrompono assordanti i motori di bus scalcinati. Dal nulla appaiono gigantesche bianche Jeep nuove fiammanti  per i viaggiatori di ritorno a casa. Riempiono le strade ancora affollate. È quasi notte, la gente parte, carica sacchi, zaini, pacchi, sui risciò, li accumulano sul tetto delle grosse jeep, dentro i furgoni, sulle auto, sulle  spalle. Tutti si stipano sui fuoristrada di lusso o nei vecchi pulmini scrostati. Si litigano il posto sul risciò. Si fanno largo a spallate anche i monaci nelle strade oramai buie dove, nella calca improvvisa esplode un concerto di clacson, di motori irritanti, di scampanelii insistenti, di urla e saluti. E l’esodo inizia. Tutti portano a casa qualcosa. Chi una maglietta ricordo. Chi un pacchetto di biscotti nascosto come un tesoro. Chi ciabatte di plastica. Chi collane di pasta di turchese. Chi coperte di lana. Chi una mālā di legno di sandalo. Chi la thangka del Kālacakra. Chi le due scimmie ammaestrate con cui ha raccolto le rupie per sfamare i suoi bambini. Chi l’elefante usato per le foto ricordo. Chi uno stomaco finalmente pieno.Molti, immagino, portano con loro la coscienza di questa umanità che necessita di compassione, di amore, di aiuto reciproco, di unione.Portano i più la somma benedizione di parole sagge, di parole che, incuneate nei loro cuori, potranno far sbocciare nella loro mente il fiore della bodhicitta.

Mentre mi allontano da Bodhgaya leggo ciò che, guardandolo negli occhi attraverso le spesse lenti fumé, avevo scritto nel  Ground per il Dalai Lama,

La tua presenza è la luce delle stelle.

La tua presenza è la luce di tutte le stelle di questo universo.

La tua presenza è la luce di 10 all’infinito universi.

La tua presenza è la luce di 10 all’infinito tempi

La tua presenza è la luce di tutti gli universi di tutti i tempi.

La tua presenza è la luce di una goccia d’acqua.

 

Quanti eravamo, quanti eravamo sotto la tenda, nelle strade, nella polvere delle piazze, quanti eravamo⁈ E lui, Sua Santità il XIV Dalai Lama Tenzin Gyatso, era lì, giorno dopo giorno, per ognuno di noi, tutti potevamo dissetarci a quella cristallina goccia d’acqua: la sua presenza.