Dossier: La terra, la nostra casa

MahabodhitreeIl buddhismo offre una prospettiva speciale della crisi ecologica? I suoi insegnamenti implicano un modo diverso di comprendere la biosfera e la nostra relazione con essa in questo tempo critico della storia in cui sembra che non facciamo niente altro che correre verso la sua distruzione ?

I nostri figli non hanno scelta, erediteranno la terra.Ma riusciremo a consegnargliela in buone condizioni?

È un interrogativo che tutti ci dobbiamo porre confrontandoci con il nostro recente passato,  che  in poco tempo ha portato il sistema terra sull’orlo della crisi e del collasso. L’aiuto  e la riflessione che le comunità religiose possono proporre a sostegno di una migliore qualità della vita sul pianeta e di un rapporto “sano” con l’ambiente è di fondamentale importanza per dar corpo a un’etica e a una mentalità nuove, che potranno assumersi l’impegno di proporre soluzioni diverse  ai  problemi legati al veloce sviluppo delle società industrializzate, allo sfruttamento e alla sperequazione tra le diverse aree del pianeta per stabilire un nuovo rapporto con la natura oltre che con tutti gli altri uomini.

Quale può essere allora l’apporto che all’interno di  questa visione può dare il buddhismo? All’origine della sua predicazione, per il buddhismo così come per le altre confessioni religiose, il rapporto uomo-ambiente aveva accezioni diverse da quelle con cui oggi ci dobbiamo confrontare. Sicuramente era più equilibrato, ma anche allora  non per tutti, come viene descritto nei testi antichi: “Deliziose sono le selve, ma l’uomo comune non se ne compiace, se ne compiacciono i liberi delle passioni, non coloro che corrono dietro ai desideri” (Dhammapda v.99) .

Anche ai tempi del Buddha era presente una visione di sfruttamento della natura da parte degli uomini non  attenti e legati ai propri desideri egoistici. La contemplazione distaccata della natura, la capacità di vederla nella sua interezza, nella sua interdipendenza,  ieri come oggi,  sono proprie di chi, dice  il Buddha, si è liberato. L’uomo comune non riesce ad avere una visione olistica della natura , non riesce a cogliere la sua interdipendenza,  quanto piuttosto tende scinderla in parti singole, dissociate tra loro.

In altre parole dal punto di vista buddhista, il rapporto che l’uomo ha con l’ambiente è lo specchio del rapporto che egli ha con la propria concezione di sé. L’approccio aggressivo e violento al mondo materiale trae nutrimento dal desiderio che impronta il nostro io ad appropriarsi delle cose, a riferire tutto a se stesso, a violentare la natura per il proprio tornaconto personale.

Chi spreca viene paragonato a un uomo che, volendo mangiare una mela, scuote un ramo facendone cadere tutti frutti, sia quelli maturi che gli acerbi. Poi ne prende uno e lascia gli altri a marcire  per terra.  In un altro sutra il  Buddha disse a Sigala, un giovane che gli aveva chiesto dei suggerimenti  per poter vivere in modo corretto, di comportarsi come un’ape: l’ape raccoglie il polline passando di fiore in fiore senza recare danno né alla fragranza né alla bellezza del fiore; ne prende il polline per trasformarlo in miele. Similmente l’uomo deve fare legittimo uso della natura, rispettandola e ammirandola,  per potersi elevare al di sopra di essa e  realizzare la sua potenzialità di liberazione.

L’ottica sistemica propria del buddismo sottolinea come l’uomo con il suo comportamento incida completamente sull’ambiente per cui ne ha piena responsabilità e questa visione offre  certamente il suo apporto per la ridefinizione di comportamenti sostenibili come  si intravede negli interventi di David Loy e di Simon James proposti al Vesak 20009 delle Nazioni Unite a Bangkok nella sessione Buddhist Approach to Environmental Crisis,  che  presentiamo nel dossier.

Ma oltre alle parole bisogna avere delle indicazione pratiche, dei suggerimenti: ben vengano quelli offerti dalla scuola Zen Soto che sempre è stata attenta a questi temi.

Il problema oggi non sta nel mediare nuovi valori  di generica riprovazione per chi distrugge, inquina, manipola la natura a suo piacimento in nome della scienza, quanto nella ridefinizione dei bisogni, in un diverso uso della tecnologia con  una più spiccata attenzione ai problemi del mondo in cui viviamo, espressione di un’attitudine mentale che ha superato attaccamento ed egoismo e che è in grado di promuovere la convergenza tra il progresso spirituale individuale e le esigenze collettive di nuovi assetti e ambientali e politici.  Così suona anche la dichiarazione sui cambiamenti climatici : Il momento di agire è ora, che chiude il nostro dossier, preparata dal David Tetsuun Loy (zen) e dal Ven. Bhikkhu Bodhi (Theravada) con l’ausilio scientifico del Dott. John Stanley e che ha avuto come primo firmatario S.S. il   Dalai Lama .

Chi la  condivide può unirsi e sottoscriverla  nel sito www.ecobuddhis.org.