Dalla Birmania: testimonianze del Dharma

monachedi Carla Gianotti

Le esperienze, le difficoltà e il cammino nella pratica di due donne asiatiche che hanno scelto di seguire la via monastica. Non è stato facile per loro ma non hanno alcun dubbio: questa era ed è la loro via.

Nella letteratura religiosa mondiale l’opera intitolata Therígáthá ( Le stanze delle Theri),  un testo che appartiene al primo  buddhismo indiano,  occupa un posto particolarissimo  in quanto dedicato a una  esperienza religiosa femminile e plurale.  Se infatti si possono,  senza troppa difficoltà, rintracciare scritti  o narrazioni di esperienze spirituali femminili composte,  o attribuite, a figure singole, è invece raro incontrare un testo  che riunisca in un unico corpus  l’esperienza spirituale di un folto gruppo di donne, come accade per le  Theri o Monache Anziane del Therigatha le venerabili maestre che  raggiunsero tutte  lo stato di  arahant ( lett. colui che è degno), la meta più alta secondo il buddhismo antico.

Così come il Theragatha  ( Le stanze dei  Monaci Anziani), che  rappresenta la  coniugazione al maschile, il testo delle Therigatha appartiene al genere agiografico, quella letteratura di devozione, che vanta esempi  numerosi – non solo all’interno delle varie scuole del buddhismo, ma un po’ in tutte le  diverse tradizioni religiose  del mondo –  e  che nasce con l’intento di ispirare quanti percorrono  un sentiero spirituale. All’interno di ogni cammino il fattore dell’ispirazione passa dunque in primo luogo  attraverso l’esperienza dell’altro, del maestro e della maestra di Dharma  e /o  degli amici  e amiche spirituali che con noi condividono il percorso.

Nel  paesi del sud-est asiatico, dove il buddhismo  Theraváda si è radicato e  si è diffuso sia  nella  forma monastica, maschile e femminile, che  nella sua forma laica, il raggiungimento della condizione di arahant rimane ancora oggi, così come un tempo e come  mostrano  le  storie edificanti delle Therigatha e dei Theragatha, il principale obiettivo degli appartenenti al sangha monastico.

La ferma  e  serena  fiducia nelle possibilità che tutti, uomini e donne,  possiedono del pieno raggiungimento della condizione di arahant  e della liberazione ultima, nonostante gli ostacoli incontrati derivanti dalle diverse discriminazioni di genere,   credo sia il   senso del messaggio che emerge anche dal racconto  di due religiose birmane,  la Ven. Uttamani e la Ven. Sucinti.

Entrambe presenti al Convegno del GLOBAL PEACE INITIATIVE WOMEN svoltosi  a  Jaipur, India, 6-11 marzo 2008 , la Ven. Uttamani e la Ven. Sucinti  hanno  accettato con estrema semplicità e generosità di condividere, attraverso l’intervista qui di seguito riprodotta,  la loro personale esperienza  del Dharma con l’unico intento di suscitare ispirazione nella pratica.

 

 La Ven. Uttamaniè nata in Birmania nel 1955. Entra a far parte  dell’ordine monastico femminile nel 2002; nel 2003 ottiene il diploma in studi buddhisti  presso l’International  Theravada  Buddhist Missionary University di Yangon.  Attualmente la Ven. Uttamani sta  continuando  gli  studi buddhisti e lavora come interprete presso il Centro di Meditazione di Mogok. 

 

Ven. Uttamani, quali furono le circostanze che ti  portarono a diventare monaca?

 

Io  non avevo alcuna  intenzione di  diventare monaca prima del 1995-1996. Ho conseguito la laurea in Chimica nel 1979 e nel 1980  sono entrata  a fare parte  del Dipartimento della Dogana in qualità di Funzionario doganale,  dove sono rimasta  per  11 anni. In seguito ho rassegnato le dimissioni da tale  incarico e,  assieme a marito,  sono andata per un certo periodo prima  a Singapore  e poi negli Stati Uniti. Mentre mi trovavo negli Stati Uniti, mio marito morì improvvisamente. Alla sua morte,  pensai di aver perso tutto nella mia vita e mi sentii perduta. Mi sentivo così  depressa  e così sola che  non avevo idea di che cosa fare nel mio futuro. Poi mi ammalai.

Ad un certo punto mi resi conto  che avevo ancora mio padre e che sarei potuta andare da lui. Nel frattempo avevo subito una operazione e, dopo essermi un po’ ripresa,  decisi di tornare a casa mia per un periodo di vacanza e di riposo. Quando ritornai dalla mia famiglia, tutti furono contenti di vedermi e si presero cura della mia salute. Mi sottoposi poi a un’altra operazione, rimanendo in ospedale per circa una settimana. Cinque giorni dopo essere stata dimessa dall’ospedale, mio  padre morì improvvisamente per un attacco di cuore. In quel periodo io ero sempre  sottoposta a un trattamento medico. Ci fu la  cerimonia funebre per mio padre. Io stavo davvero male. Il trattamento medico durò per circa un anno.

All’inizio del 2002, iniziai a stare un po’ meglio e  decisi di andare in un Centro di Dharma per meditare.  Iniziai a praticare regolarmente ogni giorno e,  a poco a poco,  incominciai  a sentirmi meglio, sempre meglio e, a poco a poco, provai sempre più pace dentro di me e nella mia vita. Mi resi allora conto che il tempo mi stava guarendo e che la pratica della meditazione  rendeva la mia mente sempre più tranquilla e in pace,  e anche  più forte e più saggia  e mi apriva alla conoscenza spirituale. Allora presi la decisione di diventare una monaca buddhista.

 

Ven. Uttamani, ci sono stati ostacoli particolari che in quanto donna hai dovuto affrontare per poter abbracciare  la scelta monastica?

 

Per quello che mi riguarda, non ho dovuto affrontare alcun particolare ostacolo per diventare monaca buddhista. I miei genitori erano già mancati e delle mie sei sorelle nessuna si oppose  alla mia intenzione.  In segno di rispetto, tuttavia,  chiesi  il permesso alle mie sorelle più anziane ed esse me lo accordarono.

 

Ven.  Uttamani, quale consiglio ti  sentiresti  di dare a una donna che decidesse di farsi monaca buddhista?

 

A una  ragazza o una donna che abbia deciso di diventare monaca buddhista direi questo:  abbracciare il sangha monastico è il modo migliore  per uscire dalla sofferenza, specialmente se si è una donna.  Noi donne dobbiamo affrontare molte sofferenze nella vita quotidiana, anche se non siamo sposate. Dobbiamo procurarci di che vivere, fare lavori domestici, affrontare molti problemi di ordine sociale. Se abbiamo bambini dobbiamo  prenderci cura delle loro vite.

Se,  invece,  ci allontaniamo da  questi doveri,  abbiamo la possibilità  di impegnarci con diligenza per la nostra vita  fino ad ottenere la suprema saggezza.

 

Ven Uttamani, qual è il metodo migliore per sviluppare la saggezza?

 

Io ritengo che in ogni tradizione religiosa, in ogni sentiero spirituale, quella della consapevolezza continua, in ogni momento, sia la pratica più importante. Praticando la consapevolezza, la concentrazione diventa sempre più profonda. Quando si ottiene la concentrazione, si ottiene anche la saggezza definitiva. Ne sono sicura.

Attraverso la pratica della meditazione, noi impariamo  a sviluppare la moralità, la concentrazione e la saggezza. Ma è importante adoperare fermamente il nostro sforzo sempre e in modo continuo. Usando il proprio sforzo in modo continuo e fermo, non si incontreranno ostacoli nello sviluppo della saggezza. La saggezza conduce al Risveglio in questa vita.  Il  buddhismo non dipende dalla speranza, dipende solo da noi stessi. Se non si usa lo sforzo,  non si ottiene niente.

 

 

La Ven. Sucinti, nata nel 1960è stata ordinata monaca nella regione di Yangon nel 1985.  Ha completato tutti  gli esami relativi all’insegnamento buddhista tenuti dal Sangha Sasana Council  del Governo del Myanmar. Ha ottenuto la laurea in Studi Pali e Buddhisti dell’Università di Kelaniya, Sri Lanka. La Ven. Sucinti guida un piccolo monastero femminile vicino a Yangon, impartendo insegnamenti  a devoti laici e sostenendo giovani donne in difficoltà.

 

Ven. Sucinti, come fu che decidesti di diventare monaca buddhista?

 

Sin da quando ero bambina, ho sempre amato ascoltare le storie buddhiste. Mi piaceva la vita del monastero, la vita semplice del monastero. Mi piacevano le storie degli arahant,  delle theri,  (Monache Anziane), dei thera ( Monaci Anziani).  Mi piacevano le storie del Buddha.  Volevo essere come una di  loro. Volevo diventare illuminata, volevo andare al di là del samsara. Iniziai allora a praticare  con tutta me stessa secondo gli insegnamenti di Dharma che andavo ad ascoltare.

Un giorno ascoltai un insegnamento relativo alla morte. Imparai che possiamo morire in ogni istante. Ogni momento io posso morire, in ogni momento io posso morire, questo era l’insegnamento. Allora praticai in questo modo con molta fermezza per tre anni. Dopo tre anni di questa intensa pratica,  non ebbi più paura di morire.

So che un giorno morirò, ma so anche che se  non raggiungerò l’illuminazione, dovrò rinascere in una prossima vita e che poi dovrò morire ancora e ancora. Io non voglio questo.  Ed è per questa ragione  che desidero fermare la mia rinascita e la mia morte. Capisci quello che voglio dire? (ride) Questo è il motivo per cui voglio praticare il più possibile.

A quel tempo avevo letto  che l’autentica natura delle cose è anicca, dukkha, anatta[1]. Allora iniziai a praticare in modo continuo anicca, dukkha, anatta. “In modo continuo” significa ogni volta  che me ne ricordavo. Dopo tre, quattro anni ero diventata consapevole della natura delle cose: anicca, dukkha, anatta.

Poi feci un ritiro di dieci giorni e praticai molto intensamente, perché volevo diventare sotapanna[2]. Nel corso di questo ritiro mi resi conto che  il mio corpo è nama-rupa[3]. Prima del ritiro non l’avevo compreso, cioè sapevo di avere un corpo, delle braccia e delle gambe, etc., ma non conoscevo l’autentica natura del mio corpo come nama- rupa.

Praticando in questo modo, compresi allora l’impermanenza e l’impermanenza del mio corpo. Mi resi conto che ci sono molte vite, che venivo da molte vite passate e che, se non otterrò l’illuminazione,  continuerò ad errare e ad errare nel ciclo del samsara per molte e molte vite ancora. Io desideravo diventare  arahant, desidero diventare arahant.

A quel tempo ero una ragazza laica e lavoravo. Volevo praticare fermamente e con continuità l’insegnamento del Buddha. E’ per questo motivo che presi la decisione di rinunciare alla vita mondana e diventare monaca.

 

Ven. Sucinti, quale consiglio vorresti  dare a una giovane monaca che ha intrapreso il cammino buddhista?

 

  Prima di entrare nell’ordine monastico,  immaginiamo che  la vita da monaca sia una vita di pace, molto di pace, una vita facile e   calma. Pensiamo che ogni monaca sia molto molto calma, perché pratica gli insegnamenti del Buddha. Ma, quando abbracciamo la vita monastica, incominciamo a vivere insieme e allora scopriamo che  tutte le monache sono esseri ordinari.  “Esseri ordinari” significa “esseri non  illuminati”. Questo è il motivo per cui  ogni monaca prova rabbia, oppure invidia, oppure altre emozioni negative. Allora le giovani monache possono pensare in questo modo: “ Ah, queste monache non sono in pace con se stesse…” ed esse  si sentono sconvolte  rispetto alla scelta fatta.

Il consiglio che desidero dare a queste giovani monache è questo: non pensate così. Ogni persona ha  emozioni negative, ma noi possiamo andare al di là delle emozioni negative, così da non crearne altre. E’ così.

 

Ven. Sucinti, quale consiglio ti  senti  di offrire a una donna laica che segue il Sentiero del Buddha al fine di aiutarla nel suo percorso?

 

Io penso che essa debba sviluppare la sua conoscenza  degli insegnamenti buddhisti, quello che il Buddha ci ha insegnato con amore e compassione. Il Buddha ci ha insegnato molti metodi, molte pratiche per sviluppare la saggezza.

Se tu conosci gli insegnamenti, allora pratichi. Se tu  non li conosci, come puoi praticarli? Questo è il motivo per cui c’è bisogno della conoscenza, della conoscenza degli insegnamenti del Buddha, c’è bisogno prima di tutto  di studiare gli insegnamenti.

 

Ven. Sucinti, hai mai sentito nei tuoi confronti una particolare discriminazione  di genere in quanto appartenente al samgha femminile e non al samgha maschile e come ti sei comportata a  questo riguardo?

 

Quello che gli altri pensano appartiene a loro. Io pratico la pazienza, io li perdono se  non capiscono. Io da parte mia, mi dedico alla mia pratica quotidiana. La mia pratica quotidiana  è più importante della discriminazione degli altri. Se io pratico bene,  ottengo un buon risultato, in accordo con le mie azioni. La mia dignità deriva dal mio valore, è il mio valore. La mia dignità deriva dalla  mia etica. Questo è il mio valore.

Se io pratico ogni giorno, ogni  momento,  l’insegnamento del Buddha, la mia dignità è superiore a quella di un monaco. “Monaco” è solo un nome.  La cosa più importante è la nostra pratica,  sono le nostre azioni.

I monaci possono compiere azioni positive  oppure negative. Se io  sono una monaca  e compio azioni positive, io sono migliore di un  monaco. Ma  la gente fuori [ dall’ordine ] pensa che i monaci siano superiori a me in quanto monaca. I monaci pensano di essere liberi.

Io non mi preoccupo di questo. Io pratico per accrescere il mio valore, la mia dignità. Capisci quello che voglio dire?

Ogni giorno esamino me stessa attraverso la meditazione. Ogni giorno mi esercito,  ogni giorno pratico  per potermi  liberarmi  in fretta delle emozioni negative, come  ad esempio la rabbia. Pratico  per vincere la rabbia, la gelosia, pratico continuamente. Questo è il motivo per cui  ho fiducia in me stessa. Io ho fiducia in me stessa. ( Ride)

Non penso mai che un monaco sia superiore a me.  Se i monaci pensano in questo modo, ecco questo è solamente  un concetto che deriva dalle loro opinioni.

Da parte mia,  posso diventare un arahant. Io sono una donna, io posso diventare un arahant. E’ per questo motivo che pratico. Gli uomini non  possono disturbare me o la mia pratica, non possono fermare la mia pratica. Io pratico continuamente, in ogni momento secondo l’insegnamento del Buddha. Se si pratica, si imparano a capire le cose. E’ dalla pratica che viene la  comprensione delle cose.

La mia comprensione cambia continuamente attraverso la pratica. Quando ero  giovane la mia comprensione era diversa da quella che è  oggi. Ad esempio, quando ero giovane  mi è stata insegnata l’impermanenza ( anicca) dei fenomeni, il cambiamento continuo dei fenomeni.  Ma io non capivo.

Vedi questa tazza?  Che cosa cambia? Io vedevo una tazza sempre uguale a se stessa. Ieri c’era la  tazza, oggi c’è la stessa  tazza.  Che cosa è cambiato? Non capivo. Ora invece comprendo l’impermanenza. Questo viene dalla meditazione, dalla pratica.

Oggi comprendo che ogni cosa è la stessa. Oggi posso accettare ogni situazione,  posso accettare me stessa. Se non ci riesco, posso essere paziente.

Oggi comprendo un po’ di più di prima. Comprendo che ogni persona è proprio uguale, che ogni persona ha le stesse qualità mentali.  Non c’è uomo, non c’è donna, non c’è inglese, birmano, americano…Non c’è differenza tra le persone. Ognuno ha le stesse qualità mentali.

 

 

Ringrazio la Ven Uttamani  e la Ven Sucinti  della  loro testimonianza e di aver voluto  condividere un pezzo della loro vita e della  loro esperienza del Dharma con noi.

 

Jaipur, India, 11 marzo 2008.   Dalle notizie ricevute a tutt’oggi, la Ven. Uttamani e la Ven. Sucinti  e i loro monasteri sono stati risparmiati dal tragico tifone che ha colpito la Birmania.  Esse si stanno prodigando  nel loro Paese a beneficio  degli esseri senzienti secondo l’insegnamento del Buddha.

 

 

 

 



[1] “Impermanenza”, “ sofferenza”, “mancanza di sé [individuale]”. Essi rappresentano, secondo la dottrina buddhista, le tre caratteristiche di ogni fenomeno esistente.

[2] Lett. “colui che è entrato nella corrente”. Indica il primo livello di realizzazione secondo il buddhismo antico.

[3] Lett. “nome e forma”. L’espressione indica l’ambito materiale e  l’ambito psichico dell’esistenza, ovvero l’insieme dei cinque aggregati.