Abbandonare il negativo

Se conosciamo quali sono le abitudini negative, non possiamo far altro che evitare di seguirle.

 Molte nostre abitudini si traducono in comportamenti negativi che ci procurano ulteriore difficoltà e sofferenze. Una volta che abbiamo riconosciuto e compreso la loro negatività,  dice il Buddha in questo sutra,  tratto dall’antico testo Itivuttaka sez. I –  Canone buddistico, testi brevi, a cura di Vicenzo Talamo, Bollati Boringhieri, Milano 2000 – non possiamo perseverare nel negativo e quindi è naturale abbandonare simili comportamenti.

Riconoscere il negativo è il primo passo che porta al suo superamento. La non conoscenza è il male maggiore, il non riconoscere le qualità delle azioni non ci permette di compiere la scelta. Solo colui che sa, può scegliere ma a quel punto non ha che una sola opportunità: agire per il bene. Questa è l’unica scelta possibile per il saggio.

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  1. Questo ho sentito dire dal Sublime, dal Santo: io dico, o bhik­khu, che nessuna cattiva azione è impossibile a compiersi dall’uomo che  ha abbandonato un’abitudine. Quale abitudine? Precisamente, o bhikkhu, l’affermare scientemente il falso.

 

Questa massima ha enunciato il Su­blime, e per questo così vien detto:

 

Per l’uomo che ha abbandonato  un’abitudine: l’affermare il falso

tenendo in non cale il mondo di là,

non v’è alcun male impossibile a compiersi.

Questa massima ho sentito enunciare dal Sublime.

 

  1. Questo ho sentito dire dal Sublime, dal Santo: se gli uomini co­noscessero, o bhikkhu, così come io lo conosco, il frutto del donare generosamente, essi non godrebbero nel non dare né la macchia del­l’avarizia prenderebbe possesso del loro animo. E non sarebbero con­tenti se non dopo aver fatto parte, a chi l’accettasse, perfino dell’ulti­mo boccone, dell’ultimo avanzo.

Appunto perché, o bhikkhu, gli uo­mini non conoscono, così come io lo conosco, il frutto del donare ge­nerosamente, per questa ragione essi godono nel non dare e la mac­chia dell’avarizia prende possesso del loro animo. Questa massima ha enunciato il Sublime, e per questo così vien detto:

 

Se gli uomini sapessero,

com’è stato detto dal grande saggio, quale grande frutto apporta

la generosità nel donare,

rimuovendo la macchia dell’avarizia, purificandone l’animo,

elargirebbero a tempo giusto fra gli ariya, poiché un gran frutto proviene dal donare.

Avendo elargito abbondante cibo in elemosina

a coloro che ne sono meritevoli, al termine dell’umana esistenza

 i donatori vanno in mondo celeste.

E quelli che vanno in mondo celeste

godono colà dell’appagamento dei loro desideri;

non essendo stati avari,

godono il frutto della loro generosità.

Questa massima ho sentito enunciare dal Sublime.

 

27. Questo ho sentito dire dal Sublime, dal Santo: quali che siano, o bhikkhu, le azioni profittevoli condizionanti rinascita, esse non val­gono però tutte insieme la sedicesima parte dell’amore e della compassione; amore e compassione, in verità, quelle superando, brillano, rifulgono, risplendono.

Proprio come, o bhikkhu, la luce di qualsivoglia stella non vale neanche la se­dicesima parte di quella della luna, poiché la luce della luna, quella su­perando, brilla, rifulge, risplende, proprio così, o bhikkhu, quali che siano le azioni profittevoli condizionanti rinascita, esse non valgono tutte insieme la sedicesima parte dell’amore e della compassione; benevolenza ed emancipazione dell’animo infatti, quelle superando, brillano, rifulgono, risplendono. Proprio come, o bhikkhu, nell’ultimo mese delle piogge autunnali, dissolvendosi le nu­bi nel cielo che si rasserena, il sole, superando la nebbia, disperdendo la foschia in ogni regione del cielo, brilla, rifulge, risplende; proprio così, o bhikkhù, quali che siano le azioni profittevoli condizionanti ri­nascita, esse non valgono tutte insieme la sedicesima parte dell’amore e della compassione; amore e compassione  infatti, quelle superando, brillano, rifulgono, ri­splendono. Proprio come, o bhikkhu, di notte verso l’alba la stella del mattino brilla, rifulge, risplende, proprio così, o bhikkhu, quali che siano le azioni profittevoli condizionanti rinascita, esse non valgono tutte insieme la sedicesima parte dell’amore e della compassione; amore e compassione infatti, quelle superando, brillano, rifulgono, risplendono.

Questa massima ha enunciato il Sublime, e per questo così vien detto:

 

A chi intento coltiva illimitato amore,

realizzando la distruzione delle basi della rinascita

sono tenui i legami.

E se colui il quale con animo puro

Dimostra amore per un solo essere vivente acquista perciò del profitto,

un più grande profitto acquista l’ariya compassionevole verso tutti i viventi.

Quei saggi sovrani i quali,

conquistati popolosi territori,

andarono in giro offrendo sacrifici

(sacrificio del cavallo, sacrifici umani,

sacrifici con la lancia, sacrifici di soma

dai copiosi risultati),

non ottennero la sedicesima parte di ciò che ottiene colui

 che ha l’animo intonato allamore

(come lo splendore della luna supera

quello di tutte le stelle insieme).

Colui che non uccide e non fa uccidere, che non opprime e non fa opprimere,

è amichevole verso tutti i viventi ed a lui nessuno è ostile.

 

Questa massima ho sentito enunciare dal Sublime.